Gli atleti gay, lesbiche, bisessuali e transessuali saranno “invisibili” ai giochi di Londra. Questo temono le associazioni britanniche per la tutela dei diritti degli omosessuali, gli attivisti e il mondo della pink press, la stampa specializzata in tematiche Glbt. Tutto questo nonostante recenti stime abbiano rivelato come quei contribuenti del Regno Unito di diverso orientamento sessuale abbiano partecipato con le loro tasse alla preparazione delle Olimpiadi con oltre 500 milioni di sterline, circa 635 milioni di euro.

Il Locog, il comitato promotore e organizzatore dei giochi di Londra, aveva preannunciato le prossime Olimpiadi come “le più attente alla diversità della storia”. Ma chi ogni giorno lavora per la promozione dei diritti non ci sta. E di tutta questa “attenzione” rimangono poche cose: una guida per turisti gay – pubblicata, fra l’altro, con soldi delle associazioni – e qualche migliaio di spillette con la bandiera arcobaleno. Anche la Pride House, la “casa dell’orgoglio”, sarà operativa per pochi giorni ed è stata messa in piedi dalla buona volontà – e dal denaro – di alcuni privati cittadini. Peter Tatchell è un noto attivista gay che dagli anni Settanta combatte contro la discriminazione, l’Aids e le leggi omofobiche di molti paesi. “Londra ha vinto la corsa alle Olimpiadi soprattutto perché si promosse come una città multiculturale e promise di offrire delle Olimpiadi attente alla diversità”, spiega Tatchell al Fattoquotidiano.it. “Ho avuto diversi incontri con il Locog per capire in che modo avrebbero rispettato il loro impegno, non solo sul fronte dei gay ma anche su quello delle donne e degli atleti e turisti di diversa etnia. Tuttavia, nonostante abbia lavorato su questo versante per più di due anni, l’unico risultato che ho visto è stato il progetto delle spille. Non sono a conoscenza di altre iniziative, il potenziale era enorme ma nessun impegno è stato rispettato. Direi che la cosa è molto deludente”.

Queste saranno le Olimpiadi della prima partecipazione di donne dell’Arabia Saudita, fa notare Tatchell. “Ma non credo – spiega – che le donne arabe partecipino grazie al Locog. I paesi ‘incriminati’ rischiavano la squalificazione. E per questo hanno deciso di portare qualche donna, che è e rimarrà soltanto un simbolo”. Gli attivisti britannici ricordano come, allo stato attuale, circa 150 paesi del mondo presentino leggi discriminatorie. In 80 nazioni l’omosessualità è ufficialmente un reato, punito con il carcere o addirittura la pena di morte. Molti di questi paesi parteciperanno, chiaramente, alle Olimpiadi. Così, il risultato, è che “delle migliaia di atleti che prenderanno parte alle Olimpiadi, solo poche decine sono apertamente gay, lesbiche, bisessuali e transessuali”, aggiunge. E quasi tutti provengono da paesi come Stati Uniti d’America, Nuova Zelanda, Australia e Canada. “Delle Olimpiadi più gay friendly avrebbero aiutato anche gli atleti italiani, che magari continuano a vivere nell’ombra”, spiega al Fattoquotidiano.it Tris Reid-Smith, direttore responsabile di Gay Star News, una rivista a tematica Glbt.

“Anche gli atleti italiani che non hanno fatto coming out, e pensiamo siano molti, si sarebbero sentiti più rispettati e tutelati. Certo, uscire allo scoperto non è un obbligo, però almeno si sarebbero sentiti più inclusi, facendo del loro meglio per se stessi e per il progresso dello sport italiano”. Ma quali potevano essere le soluzioni? “Tante – aggiunge Reid-Smith – da una guida per atleti omosessuali all’obbligo di firmare un documento contro razzismo, omofobia e discriminazioni di ogni sorta. Ancora, potevano essere utili delle campagne virali su TouTube o degli eventi in piazza. Eppure, abbiamo visto soltanto le spille”. Il Locog, interpellato dal Fattoquotidiano.it, ha risposto con un generico “a Londra rispetteremo tutte le diversità”. Un peccato anche per il Regno Unito, fa notare Andy Wasley, uno dei leader di Stonewall, la principale associazione GLBT britannica. “Il team del Regno Unito – spiega – ha solo due atleti apertamente gay. Ed è veramente poco, per una squadra di 550 sportivi. Più gay, lesbiche, bisessuali e transessuali vediamo sul podio, nella corsia di una piscina o in un campo da gioco, più chi ha un diverso orientamento sessuale si sentirà rispettato e, perché no, desideroso di praticare uno sport e di competere al meglio nella vita di ogni giorno. Spero di vedere molti più atleti gay a Rio 2016. Ma, se succederà, non sarà di certo merito di Londra 2012”.