Pesa poco meno di 400 grammi. Ha un diametro di 8,5 cm e uno spessore di 2,2. E’ un disco di metallo che dal 27 luglio servirà a distinguere gli individui più forti e veloci del pianeta dal resto della razza umana. A Londra 2012 ce ne saranno in palio 4.700. I metalli necessari a produrle arrivano per il 99 per cento dalla miniera di rame di Kennecott, nello Utah, dove per costruirne una soltanto si estraggono poco meno di 700 tonnellate di materiale di scarto, che fanno della miniera una delle industrie più inquinanti dello stato. Per questo la Kennecott Copper Mine dovrà difendersi in tribunale dall’accusa di aver violato ripetutamente lo US Clean Air Act, la legge federale che serve a tenere sotto controllo le immissioni nocive nell’atmosfera. Eppure la miniera fornirà le medaglie per quella che gli organizzatori pubblicizzano come “la prima Olimpiade ecosostenibile”, in uno dei più grandi casi di greenwashing nella storia dello sport.

A 30 km da Salt Lake City, Utah del nord, la Kennecott Bingham Copper Mine, è un’immensa buca scavata nel deserto di proprietà del gigante anglo-australiano Rio Tinto. Un cratere di 3,2 km di larghezza e 1,2 di altezza che produce il 25 per cento di tutto il rame degli Stati Uniti, ma anche oro, argento e molibdeno. Il via vai è continuo. I tir gialli escono pieni e tornano vuoti. Ogni carico è da 350 tonnellate: è minerale grezzo, in massima parte materiale di scarto. Sarebbe meglio non respirare, con tutto il particolato che è sospeso nell’aria. Non solo sulla miniera, ma anche a Salt Lake City e nell’intera Salt Lake Valley. Così lo scorso inverno qualcuno ha deciso di muoversi. Il 19 dicembre un gruppo di pressione formato da WildEarth Guardians, Utah Physicians For a Healtry Environment e Utah Moms for Clean Air ha depositato contro la Rio Tinto una causa nel distretto federale dello Utah. L’accusa: negli ultimi 5 anni la multinazionale ha violato lo U.S. Clean Air Act e l’inquinamento prodotto dalla miniera causa centinaia di morti ogni anno.

Le origini della vicenda risalgono al 1994. In quell’anno, la Rio Tinto raggiunge un accordo per produrre fino ad un massimo di 150,5 milioni di tonnellate di minerale grezzo e materiali di scarto, in modo da tenere sotto controllo il particolato e i gas di scarico liberati nell’aria dall’estrazione. Il limite era stato approvato dalla U.s. Environmental Protection Agency, l’agenzia governativa che si occupa della tutela dell’ambiente, e adottato nei regolamenti federali. Ma, si legge nella denuncia, dai dati della Utah Division of Oil, Gas and Mining emerge che dal 2006 la miniera viola i limiti di legge e nel solo 2009 ha toccato il picco di 192,7 milioni di tonnellate. Con conseguenti e commisurate emissioni di gas e polveri nell’atmosfera.

In cosa si traduce tutto questo particolato sospeso nell’aria? Malattie respiratorie e decessi. Brian Moench, studioso dello Utah Physicians for a Health Valley, fa un paragone inquietante: “Soltanto respirare in questa vallata equivale ad essere fumatori passivi. Nei giorni più inquinati, poi, si diventa automaticamente fumatori attivi. E questo vale anche per donne incinte e bambini”. Richard Kranner, medico dello University of Utah Hospital, fornisce numeri precisi: “Kennecott emette una percentuale che varia dal 16 per cento al 33 per cento del particolato presente nell’aria di Salt Lake City”. Ora, appellandosi al Clean Air Act, i comitati chiedono che Rio Tinto paghi 37.500 dollari per ogni giorno dei 5 anni in cui la miniera ha superato il limite, come previsto dalle leggi federali.

Gli ambientalisti hanno interpellato anche gli organizzatori dei Giochi 2012, che hanno raccolto miliardi di sterline in sponsor raccontando per mesi che quelle di Londra saranno le prime Olimpiadi ecosostenibili della storia. Ad aprile Cherise Udell, una madre di Salt Lake City, è sbarcata nella City per chiedere al London Olympic Organising Committee’s di aprire un’inchiesta sull’accordo stretto con Rio Tinto. La richiesta è più che legittima: il London Organising Committee’s Sustainable Sourcing Code, il codice di autoregolamentazione che dovrebbe garantire la sostenibilità ambientale dell’evento, recita: gli organizzatori faranno ogni sforzo per investigare sulle lamentele che dovessero pervenire riguardo gli sponsor. Ma la risposta è stata un no: “Sappiamo che esiste un procedimento federale – ha fatto sapere il Committee – ma noi non abbiamo ricevuto lamentele. Non apriremo alcuna indagine”. Anzi: “Siamo assolutamente soddisfatti del lavoro della Rio Tinto”.

di Marco Quarantelli