Ogni quarantotto ore  in Italia, con un ritmo tragicamente regolare, una donna viene uccisa dal marito o dal compagno: questo dicono le statistiche.

Alessandra, la settantaseiesima vittima del 2012, aveva ventisei anni e due bambini di 6 e 4 anni che dormivano nella stanza accanto mentre il marito la uccideva con un colpo di forbici al petto. Il minimo comune denominatore di questi delitti è la rabbia furiosa di un marito o compagno che si sente ancora un uomo-padrone della vita o del corpo di una donna. Gli appelli sul web “Basta violenza sulle donne!accompagnano come un monotono coro impotente la sequenza di femminicidi. Il ritmo delle violenze  probabilmente non rallenterà a dispetto degli appelli. Dal 2005 le uccisioni di donne sono in costante aumento. Si esortano le donne a denunciare, colpevolizzandole per il silenzio, ma sono le istituzioni le prime a lasciarle nel silenzio. I progetti per far emergere la violenza sulle donne in Italia sono inadeguati e qualche bando ministeriale per finanziarli non è sufficiente a creare un sistema virtuoso. Titti Carrano, presidente dell’associazione nazionale D.i.Re , in più occasioni ha dichiarato che le richieste di aiuto delle donne ai centri antiviolenza aumentano di anno in anno ma le capacità di ospitalità ed accoglienza diminuiscono a causa della riduzione dei fondi messi a disposizione dagli enti locali per la protezione delle vittime. Diversi centri antiviolenza hanno già chiuso e altri sono a rischio chiusura.

Un’esortazione è stata fatta anche nei giorni scorsi nella sede Onu di Ginevra dove la piattaforma italiana Cedaw ha chiesto al Governo italiano l’adozione di misure immediate volte a finanziare in maniera certa e continuata nel tempo le case rifugio esistenti e i centri antiviolenza che lavorano con un approccio di genere; tra le richieste anche la creazione di sistemi di raccolta dati su tutte le forme di violenza alle donne e la valutazione dei costi sociali. Un buon lavoro di rete si potrà raggiungere solo con il rafforzamento della formazione e del coordinamento tra magistratura, polizia, assistenti sociali, operatori socio sanitari che vengono in contatto con situazioni di violenza sulle donne.

L’altro fronte su cui lavorare è quello culturale. Si dovrebbero prevedere programmi di educazione per le scuole e le università, sull’identità di genere, la sessualità consapevole, la decostruzione degli stereotipi e al contrasto della violenza. Infine formare giornalisti sui temi della violenza contro le donne e all’uso di un linguaggio appropriato per divulgare le informazioni sugli episodi relativi alla violenza di genere e alle discriminazioni. Le violenze sulle donne non sono “drammi della gelosia” tantomeno “delitti passionali” ma sono un genocidio nascosto come lo ha definito Amartya Sen.

Queste le richieste rivolte al governo italiano e in particolare al ministro Elsa Fornero: è possibile aspettare ancora?

di Nadia Somma