Talvolta la cautela riesce a essere più minacciosa di una reazione a caldo. Deve averlo pensato il governo della Turchia che dopo l’abbattimento del caccia F4 Phantom da parte dell’antiaerea dell’esercito della Siria ha deciso di avviare consultazioni con gli alleati della Nato, prima di annunciare qualsiasi reazione.

Ieri il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu aveva dichiarato che “un fatto del genere non può essere ignorato” ma non si era sbilanciato oltre. Oggi, Ankara ha annunciato che avvierà formalmente la procedura di consultazione con la Nato per valutare la possibilità di una risposta congiunta. L’abbattimento di un caccia, specialmente se l’inchiesta turca rivelerà che è stato intenzionale, può essere considerato un atto di guerra e quindi, secondo lo statuto dell’Alleanza Atlantica, il paese “aggredito” ha diritto di chiedere la collaborazione degli alleati. L’aereo turco, d’altronde, secondo le autorità di Ankara, si trovava in spazio aereo internazionale e non dentro i confini della Siria. 

La ricostruzione della Turchia. Intanto, emergono nuovi dettagli sulla dinamica dei fatti, almeno dal punto di vista turco. Secondo il governo l’aereo «chiaramente identificabile come turco» – non solo ovviamente in base agli stemmi dipinti sulla fusoliera ma anche per i “marker” elettronici che ogni velivolo da guerra porta con sé – sarebbe stato abbattuto mentre si trovava nello spazio aereo internazionale e non in in quello siriano come invece sostiene Damasco. Il governo siriano ha anche cercato di dire che non era riuscito a identificare il velivolo, un’affermazione secondo Ankara priva di credibilità. Davutoglu, parlando all’emittente pubblica TRT ha detto che «l’aereo è stato colpito mentre era a 13 miglia dalla costa siriana» e che non era affatto in missione contro Damasco, ma «in volo di addestramento per testare i radar turchi». I detriti dell’aereo secondo i media turchi sono in acque territoriali siriane, in una zona dove il mare è profondo oltre mille metri, quindi molto difficili da recuperare. Nessuna traccia dei due piloti. Le operazioni di ricerca continuano anche se sono scarse le possibilità di trovarli ancora in vita. Operazioni che Davutoglu ha precisato essere condotte «in coordinamento» con Damasco anche se «non si può esattamente dire che si tratta di una operazione congiunta». Davutoglu ha ammesso che il caccia avrebbe anche potuto sconfinare brevemente nello spazio aereo siriano, come a volte accade, ma quando è stato colpito si trovava 13 miglia al largo della costa siriana, circa 15 minuti dopo il possibile sconfinamento e senza alcun preavviso o avvertimento.

Il coinvolgimento della Nato e della Ue. Una portavoce della Nato, Oana Lungescu, ha spiegato in conferenza stampa che la riunione chiesta da Ankara avverrà all’inizio della settimana, probabilmente martedì: “La Turchia ha invocato l’articolo 4 del trattato di Washington, in base al quale un membro dell’alleanza può chiedere consultazioni quando ritiene che la sua sicurezza, la sua integrità territoriali o la sua sovranità siano minacciate. Ci aspettiamo che la Turchia presenti una relazione sull’incidente e poi decideremo il da farsi”.

E’ significativo, secondo gli analisti militari, che la Turchia comunque abbia invocato l’articolo 4 e non il 5 che si riferisce al diritto-dovere di difesa collettiva in caso di aggressione militare. Come dire che, almeno fino a questo punto, Ankara intende trattare l’accaduto come un grave incidente, anziché come una possibile miccia per innescare ulteriori tensioni con Damasco. D’altra parte, cercando il coordinamento con gli alleati Nato, Ankara ha ufficialmente investito l’Alleanza atlantica di un ruolo nella crisi siriana, fatto che finora non era avvenuto sia a causa della cautela dei vertici politici della Nato, sia per lo stallo diplomatico all’Onu, dove i veti russi e cinesi hanno bloccato le risoluzioni più robuste invocate dai paesi occidentali e dalla Lega Araba.

La riunione della Nato si terrà martedì a Bruxelles, mentre del caso si occuperà anche la riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea domani in Lussemburgo. Sulla vicenda è intervenuto intanto il ministro degli Esteri britannico William Hague, che ha definito “scandaloso” l’abbattimento e ha detto che Londra è pronta a sostenere una “azione energica” nei confronti della Siria al Consiglio di sicurezza dell’Onu (come sta tentando ormai da mesi, affiancata in questo dagli Stati Uniti e dalla Francia, ma avversata dalla Russia che continua a frenare).

La preoccupazione quindi non manca. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha espresso la propria «profonda attenzione» per quello che potrebbe succedere, mentre l’Iran, che mantiene buoni rapporti sia con la Turchia che con la Siria, ha affidato al ministro degli esteri Ali Akbar Salehi l’invito alle due parti a «risolvere la questione pacificamente, per il bene della pace e della stabilità della regione».

Turchia, l’avanguardia della comunità internazionale contro Assad. L’abbattimento del caccia F4 segna sicuramente il punto più basso delle relazioni tra Ankara e Damasco, sotto stress da quando a marzo del 2011 sono iniziate le manifestazioni contro il regime di Assad. La Turchia ha dapprima cercato di usare il suo peso politico per indurre Assad a più ampie concessioni alle richieste dei manifestanti, ma poi ha deciso di appoggiare apertamente il Consiglio nazionale siriano, principale “ombrello” dell’opposizione, e ha più volte chiesto sia l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere le popolazioni civili delle zone più colpite dalla repressione, sia la creazione di una zona cuscinetto, a ridosso del confine tra i due paesi, per accogliere i profughi. Secondo le stime della Mezza Luna Rossa turca, sono almeno 30mila i siriani che nell’ultimo anno e mezzo sono riusciti a superare la frontiera e trovare rifugio nelle tendopoli allestite per accoglierli.

di Joseph Zarlingo