“Vediamo che i mercati non sono convinti che basti solo il voto in Grecia, ma serva una maggiore integrazione. Tutti dobbiamo andare avanti in questa direzione per superare i vizi di origine della formazione europea”. Non ha dubbi Mario Monti, sbarcato oggi in Messico per prendere parte ai lavori dell’ennesima, presumibilmente inutile edizione del G20. L’Europa, lascia intendere il premier italiano, ha bisogno di una riforma profonda, magari non così radicale come vorrebbe qualcuno (leggasi la trasformazione della Bce in un alter ego della Fed statunitense), ma di certo sufficientemente importante da cambiare volto a quella che ad oggi resta una semplice, si fa per dire, unione economica e monetaria. 

Sono parole incisive, quelle pronunciate da Monti, perché toccano quello che ad oggi resta il più importante nervo scoperto della crisi continentale. L’Ue, e questo è un dato di fatto, parla ancora troppe lingue diverse, divisa dal nazionalismo esasperato dal susseguirsi degli eventi e dalla tensione sui mercati. Non ne parla espressamente, il premier italiano, ma il riferimento è inevitabile. La storia recente, anzi, contemporanea, è fatta di divisioni sempre più profonde. L’unità di intenti è lasciata alle intese passeggere, bi o trilaterali al massimo. Accordi e avvicinamenti tattici di breve durata, legati a doppio filo con i destini e le esigenze elettorali dei capi di governo. Un fenomeno evidente da quasi un paio d’anni.

In principio era stato l’amore incondizionato tra Francia e Germania, quell’asse talmente forte, in apparenza, da meritarsi un nome che era una fusione di anime ormai inseparabili: Merkozy. Monti avrebbe dovuto rafforzarlo e invece si è trovato a svolgere il ruolo di mediatore alla prima, clamorosa, crisi coniugale dalle prime due economie della moneta unica. Da Sarkozy a Hollande è stato un attimo e il cambio di scenario – complice anche la semi gaffe di Angela Merkel, incapace di nascondere adeguatamente le proprie preferenze elettorali – è stato dirompente. Il neo inquilino dell’Eliseo ha messo subito in chiaro le cose: prima ha accusato il premier inglese Cameron di pensare solo agli interessi della City, poi ha fatto capire alla Merkel che l’idillio tra Berlino e Parigi era ormai alle spalle. La sterlina, la Francia, la retorica del rigore teutonico. Tre elementi di frattura in un colpo solo.

Al treno di Hollande si è agganciato da subito Mariano Rajoy, uno che forse, conti alla mano, rimpiange addirittura di essere stato eletto premier. Erede di un Paese al collasso, il capo del governo spagnolo cerca disperatamente un appiglio ovunque vi sia qualcuno disposto a sostenere, anche solo lontanamente, l’ipotesi di una riforma della linea di austerity della Germania. Monti, chissà, potrebbe essere anche possibilista. Di certo, però, appare poco incline a perdonare la scelta della Spagna di limitare la riduzione del proprio deficit. Madrid “non ha prestato alle finanze pubbliche la stessa attenzione dedicata alle riforme del mercato del lavoro” dichiarò lo stesso Monti a fine marzo, intuendo forse quello che sarebbe successo in seguito. Oggi l’Italia si sente contagiata dalla Spagna, travolta esposta al rischio speculativo per colpe non esclusivamente proprie. Difficile che tra Monti e Rajoy possa esserci dunque sufficiente convergenza.

Intendiamoci, hanno tutti un po’ di ragione. Perché le critiche e le controrepliche non sono mai ingiustificate. Ma è un dato di fatto che i richiami all’unità politica come quello lanciato oggi da Monti si trovino nella scomoda condizione di apparire logici e grotteschi al tempo stesso. Logici perché espressi con l’intenzione di colmare una mancanza di fondo che è evidente da anni. Grotteschi, loro malgrado, perché continuamente smentiti dai fatti e dalle dichiarazioni dei protagonisti. Nella sua edizione online, il Daily Telegraph riprende oggi una formidabile raccolta di rassicurazioni espresse negli ultimi due anni dai leader europei. Da “La Spagna non è la Grecia” (Elena Salgado, ministro delle finanze di Madrid, 2010) a “La Grecia non è l’Irlanda” (il collega George Papaconstantinou, 2010). Da “L’Irlanda non è in territorio greco” (il ministro finanziario di Dublino, Brian Lenihan) all’ormai leggendario “La Spagna non è l’Uganda” di Mariano Rajoy. Da un termine di paragone all’altro, insomma, per rimarcare sempre e comunque la propria differenza. Peccato che i mercati non ci credano mai.