Amici e conoscenti mi impegnano spesso sull’argomento del giorno: la pressione fiscale intollerabile e l’incapacità del governo di adottare provvedimenti veramente efficaci di cui molti hanno la ricetta pronta. Non mi sottraggo: sono miei amici; e informare mi pare sempre buona cosa, anche solo con animate conversazioni davanti a una buona bottiglia. Solo che, in genere, i suggerimenti a Monti e ai suoi trascurano il contesto in cui dovrebbero essere realizzati.

Prendiamo l’Imu. Tutti la criticano: grava in maniera intollerabile sui poveri e favorisce, per mancanza di progressività, i più ricchi; si traduce in una doppia imposizione sul reddito utilizzato per la costruzione dell’immobile, che ha già scontato a suo tempo il prelievo fiscale; è una distruzione di ricchezza perché diminuisce il valore dell’immobile; è attuata in maniera pessima, tanto che ancora non si sa a quanto ammonterà complessivamente. Tutte critiche cui poco si può obiettare. Altro cavallo di battaglia è il taglio delle spese. Qui ognuno ha il suo albero favorito da abbattere. In cima ci sono le spese della politica (province, stipendi dei parlamentari, finanziamento pubblico dei partiti), ma molti ce l’hanno con il fancazzismo dei dipendenti pubblici e l’impossibilità di licenziarli; altri con le spese militari e i megastipendi dei dirigenti pubblici e privati. Condivido entusiasticamente; e però faccio notare la difficoltà di realizzazione di tagli che dovrebbero essere deliberati, per la massima parte, dagli stessi cui andrebbero applicati.

Quanto alle spese militari, si può uscire dalla Nato e dall’Onu? Forse sì, ma quali ne sarebbero le conseguenze? E se è facile mettere un tetto agli stipendi pubblici, come si fa a impedire alle aziende private di super pagare i loro dirigenti? Guardate lo scandalo degli ingaggi dei calciatori, dico; eppure continuano a ricoprirli d’oro, anche dopo aver scoperto che si vendono le partite. Infine ricordo la spending review e i previsti recuperi di molti miliardi; ma incappo nello scetticismo generale. Poi la crescita; per evitare la recessione serve un massiccio programma di investimenti pubblici. E, anche qui, come dargli torto? Infine lo sdegno per la mancata compensazione tra i crediti delle imprese verso lo Stato e i loro debiti fiscali. Così è da questo che parto per ritornare al contesto.

Avete ragione quasi su tutto, dico. Ma trascurate la situazione generale: siamo poveri, anzi poverissimi. Se si facesse questa compensazione, giustissima, lo Stato perderebbe incassi per 70 miliardi circa; e non potrebbe pagare stipendi e pensioni a milioni di cittadini. Che è lo stesso motivo per il quale non si può rinunciare all’Imu, iniqua che sia. Ed è sempre l’estrema povertà del paese che impedisce gli investimenti pubblici; non ci sono soldi da investire e non possiamo stampare carta moneta. Bene, allora usciamo dall’euro e recuperiamo la nostra sovranità nazionale. È una stupidaggine, dico; finiremmo con un’inflazione mensile a 2 cifre, faremmo la spesa con la valigia piena di soldi il giorno dello stipendio perché, dopo 24 ore, tutto costerebbe il doppio; e poi non potremmo comprare petrolio per l’inverno (e per tante altre cose) perché la lira non l’accetterebbe nessuno.

Alla fine i miei amici non sono convinti e per di più ce l’hanno con me. Si parva licet componere magnis, come lo capisco il povero Monti!

Il Fatto Quotidiano, 15 Giugno 2012