La nuova stazione di Torino Porta Susa è stata realizzata anche da un’impresa il cui titolare è coinvolto in inchieste di ‘ndrangheta. Il subappalto per “l’esecuzione di opere murarie e di assistenza muraria” è stato affidato il 3 luglio scorso dal consorzio Torino Opere Uno Consortile a.r.l. (a cui Rfi aveva affidato i lavori) alla Edil International s.r.l., impresa di cui è amministratore unico Sebastiano Pipicella. Pipicella è stato indagato e poi prosciolto nell’indagine “Minotauro” – la più grande inchiesta sulla ndrangheta in Piemonte, con 170 persone che a breve andranno a processo – ma è anche lo zio del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli, su cui avrebbe esercitato forti pressioni.

La vicenda è stata svelata da una sentenza del Tar del Piemonte, citata da Torino Cronaca Qui. Il 18 maggio scorso i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso della Edil International s.r.l. contro l’interdittiva antimafia della Prefettura del 13 dicembre 2011 con cui si revocano tutti i subappalti della società di Pipicella. La sentenza rivela alcuni contenuti del documento prefettizio in cui si legge che “sussistono elementi che fanno ritenere possibili tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della stessa”. I giudici ricordano pure i procedimenti penali che hanno coinvolto l’amministratore dell’azienda: Pipicella è stato destinatario, nel 2002, di una richiesta di arresto per sequestro di persona (“respinta per mancanza del connotato intimidatorio della condotta”), mentre al momento dell’informativa risultava ancora indagato nell’inchiesta “Minotauro” per aver tentato di convincere il nipote a ritrattare le dichiarazioni rese. Inoltre, così i magistrati riassumono l’informativa, “è ampiamente documentata la partecipazione del Pipicella a incontri e riunioni con soggetti attinti da custodia cautelare in relazione a fatti integranti il reato di cui all’art. 416 bis c.p.”. Tuttavia, si apprende dalla procura, mancano le prove di una sua affiliazione alla ‘ndrangheta.

Per il suo legale, Pipicella non è stato destinatario di una ordinanza di custodia cautelare e l’indagine sul sequestro, pendente da circa dieci anni, dovrebbe essere prossima l’archiviazione. Le sue frequentazioni con elementi vicini alla ‘ndrangheta, sostiene l’avvocato, non sono altro che alcuni incontri occasionali tra il 2007 ed il 2009 di cui non si conosce la natura. Però, stando a quanto documentato dagli inquirenti, un incontro è quello con il boss della locale di Siderno a Torino, Giuseppe Catalano. Pipicella, insieme a un altro zio di Varacalli, Pietro Demana, ha visto il boss nel Bar Italia, una delle basi dei meeting tra presunti ‘ndranghetisti, il 29 settembre 2009, pochi giorni dopo aver parlato col nipote per convincerlo a ritrattare. Perché avrebbero incontrato il boss? Le intercettazioni ambientali non sono riuscite a documentare i dialoghi.

Ai magistrati amministrativi però basta meno per giudicare. Il semplice fatto che Pipicella abbia intimato a Varacalli di ritrattare spinge i giudici a considerarlo un comportamento “in direzione contraria alla repressione della criminalità organizzata di stampo mafioso”. Scrivono che “pur nel dichiarato intento di mantenere le distanze dalla criminalità organizzata, di fatto non percepisce la dissociazione da essa come un fenomeno da approvare ed incoraggiare”. Inoltre l’incontro con Catalano “dimostra comunque che il Pipicella ha conoscenze nell’ambito dei vertici della ‘ndrangheta piemontese” e che ciò “mal si concilia con la sua totale estraneità alla attività delle cosche”. Per il Tar è quindi “possibile che il Pipicella, sia pure cedendo a pressioni o minacce, abbia già reso qualche servizio alla criminalità organizzata attraverso la società che rappresenta e dirige (…). In ogni caso in un simile contesto intimidatorio è evidente possibile, se non probabile, che il Pipicella acconsenta a lavorare con imprese o con soggetti facenti capo alle cosche malavitose di cui sopra”.