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“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma

Le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse
“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma
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“Sabato scorso è stato un antipasto“. Federico, 19 anni, si prepara a tornare in piazza a Milano dopo le tensioni e gli scontri dello scorso fine settimana. Tra i ragazzi che si mobilitano di nuovo c’è chi invita a evitare nuovi scontri e chi, invece, è convinto sia arrivato il momento di alzare la voce. A Roma come a Milano il carovita, la corsa al riarmo, le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse. “Il fatto che questa settimana si sia parlato solo male della nostra piazza ci ha fatto capire che non possiamo fermarci. Non so se finirà di nuovo nei casini, ma se la Polizia non ci farà manifestare noi non staremo lì a guardare. Siamo stanchi che alle nostre rivendicazioni contro una vita non più sostenibile l’unica risposta che troviamo sia quella della repressione“, dice Federico al Fattoquotidiano.it.

Malik, 20 anni, era in piazza anche sabato scorso, fino all’inizio degli scontri: condivide la necessità di tornare a manifestare, ma invita a evitare che la protesta degeneri nuovamente. “Scendere in piazza è un dovere morale. Ma al contempo credo che dobbiamo tutti stare più calmi e non cercare lo scontro. Noi dobbiamo solo far sentire le nostre motivazioni, ma non dobbiamo farla finire in scontri. E credo che dobbiamo essere i primi a fare in modo che non si ripetano le immagini che abbiamo visto la settimana scorsa. Siamo qua per combattere per il nostro futuro e per quello delle nostre famiglie”. Giovanni, 24 anni, è scettico sulla possibilità che sabato si ripetano le scene della settimana scorsa: “La nostra impressione è che non succederà niente. Nessuno di noi vuole cadere nella trappola che ci stanno facendo le istituzioni. Ho l’impressione che tutto verrà rimandato allo sciopero generale del 30 ottobre, sul quale sono già iniziate le prime discussioni”, sostiene.

Se a Milano il confronto è soprattutto su come evitare che la protesta finisca di nuovo in scontro, a Roma c’è anche chi guarda a quanto accaduto nel capoluogo lombardo come a un segnale da raccogliere. Le ragioni della mobilitazione si intrecciano con quelle contro il riarmo e con la richiesta di condizioni di vita più dignitose. Alessandro, 27 anni, parteciperà alla manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra”. Per lui, le proteste di queste settimane mostrano che qualcosa si sta muovendo tra i più giovani. “Guardati intorno: vedere tantissimi giovani protestare in queste settimane è la dimostrazione che una generazione si è svegliata e non ci sta più a subire in silenzio. Scendiamo in piazza per portare avanti un messaggio pacifista chiaro, per dire un no deciso a questa corsa folle al riarmo. Ma il punto è che il riarmo non è staccato dalla vita di tutti i giorni: mentre si sborsano miliardi per le armi, noi a fine mese non ci arriviamo più. Il costo della vita è schizzato alle stelle, le bollette e la spesa ci stanno strozzando, e le priorità di chi governa sembrano essere tutt’altre. Non si può parlare di pace se prima non si garantisce una vita dignitosa alle persone. Bisogna che tutte queste piazze si parlino e combattano insieme, trovando nel pacifismo il loro messaggio più forte”.

Angela, 24 anni, guarda invece proprio a Milano come a un modello da seguire. “A Roma dobbiamo fare esattamente quello che hanno fatto a Milano: dobbiamo alzare la testa. Lì la piazza ha fatto sentire la propria voce forte e chiara, e adesso tocca a noi dimostrare che anche qui non dormiamo. Ci ritroviamo con un governo che sta a guardare, non muove un dito per aiutare chi è in difficoltà e ci sta letteralmente facendo fare la fame. Le chiacchiere stanno a zero: serve farci sentire, perché la gente è stanca di sacrifici a vuoto e pretende risposte concrete subito. E se servirà ci scontreremo, perché non ci si può sempre dire di stare tranquilli”.

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