“Gli spread nell’area euro non torneranno a impennarsi”. Come a dire che i mercati si sarebbero stabilizzati, che il peggio, oramai, era pienamente alle spalle. Mario Monti lo aveva dichiarato lo scorso 29 febbraio, praticamente una vita fa. All’epoca il temuto differenziale Italia-Germania sfondava al ribasso quota 340 punti. Oggi, in una giornata particolarmente convulsa per il mercato obbligazionario italiano, l’indicatore ha toccato i 490 punti avvicinandosi pericolosamente alla soglia psicologica dei 500. Intendiamoci, non è certo colpa del premier. Però è difficile dubitare che Monti non abbia ripensato infinite volte a quella frase. Sono passati poco più di tre mesi e nel frattempo è cambiato tutto. Dal rischio effettivo percepito nel presente alle prospettive future mai come adesso così nere. Tre mesi e qualcosa, si diceva, da quella dichiarazione che adesso risuona davvero stonata.  

Il dato della nuova corsa dei differenziali, va detto, è parzialmente “drogato” dalla corsa dei bund tedeschi. Percepiti come rifugio, i titoli di Berlino vanno via come niente a rendimenti bassissimi. I decennali oscillano attorno all’1,50% contro il 2% circa di questo inverno, i biennali stanno attorno allo zero. Chi acquista questi ultimi, in pratica, preferisce prestare soldi gratis alla Repubblica Federale piuttosto che concedere un credito alle finanze pubbliche italiane. Discutibile, certo, ma anche comprensibile. Resta il fatto comunque, che la corsa al rialzo del differenziale è un fenomeno relativamente recente. Dall’introduzione dell’euro al collasso Lehman, infatti, i Paesi europei si sono indebitati tutti quanti più o meno allo stesso costo (sì, anche la Grecia…). E’ stato solo con lo scoppio della crisi che il mercato ha cominciato a percepire una differenza di credibilità tra i componenti dell’eurozona. Le difficoltà vere, per l’Italia, sono iniziate più o meno un anno fa quando lo spread ha toccato per la prima volta i 200 punti. Poi la definitiva esplosione con i 300 punti di inizio luglio, i 400 di agosto e i 500 di novembre con la successiva inversione di tendenza che avrebbe riportato il differenziale sotto quota 300 all’inizio di marzo. Il preludio alla successiva risalita. 

Non è un confine come gli altri, quello dei 500 punti. Almeno per un paio di ragioni. La prima, per così dire, “europea”, la seconda, a modo suo, tutta “italiana”. Una differenza di rendimento di 500 punti base, ovvero del 5%, è giudicata infatti una soglia mediamente insostenibile. Atene la superò una vita fa e resistette appena 12 giorni prima di arrendersi e chiedere il primo aiuto esterno all’Europa. Dublino e Lisbona hanno avuto la stessa sorte e hanno avanzato la loro richiesta di finanziamento esterno dopo 15 e 34 giorni. La Spagna, che oggi viaggia attorno a 530, ha appena ottenuto un sostegno ad hoc per il suo sistema bancario per il semplice fatto che non era più in grado di tamponare le falle da sola. Se quattro indizi fanno una prova (ma di solito ne bastano tre) la conclusione è semplice: oltre una certa soglia la propria capacità di autofinanziamento non basta più.

Per l’Italia, si diceva, quota 500 ha però un altro significato speciale. E’ stata proprio la corsa dello spread, ovvero l’aumento del rischio e conseguentemente dei costi di finanziamento, a far cadere il governo Berlusconi aprendo la strada all’esecutivo Monti. Il 9 novembre 2011, ormai data storica, il differenziale bund/btp a dieci anni segnava nel corso delle contrattazioni il record di 575 punti con i rendimenti dei titoli italiani oltre quota 7%. “Siamo sull’orlo del baratro” dichiarava la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. “Fate presto” titolava il giorno seguente Il Sole 24 Ore. Oggi lo stesso quotidiano della Confindustria si è ripetuto con un altro, inequivocabile, messaggio a tutta pagina: “Schnell, Frau Merkel”, faccia in fretta signora cancelliera. Stesso concetto, insomma, ma in lingua tedesca. Un altro segno dei tempi.