La Spagna come la Grecia. Dopo mesi di trattative segrete, ieri il governo di Madrid si è arreso alle pressioni delle istituzioni europee: chiederà formalmente aiuto per sostenere il proprio settore bancario, appena i consulenti nominati dall’esecutivo avranno terminato la stima dei buchi lasciati nei gruppi del credito dalla bolla immobiliare esplosa nel 2008. Il Fondo monetario internazionale ha dichiarato ieri che alla Spagna servono “almeno 40 miliardi” (la sola Bankia, istituto da cui è esplosa la crisi ha un buco di oltre 20 miliardi). Ma le stime di analisti e mercati sono peggiori, serviranno 100 miliardi. E infatti è questa la somma che l’Eurogruppo, cioè i ministri economici della zona euro, ha messo a disposizione della Spagna, quando la chiederà.

Il ruolo del Fmi

“É un prestito che si riceve in condizioni molto favorevoli, non c’è il minimo salvataggio”, dice il ministro delle Finanze Luis de Guindos. La condizione più favorevole è l’assenza di un ruolo troppo invasivo del Fondo monetario, grande timore del premier Mariano Rajoy che non voleva essere trattato come i capi di governo dei Paesi in via di Sviluppo, o della Grecia. Il Fmi è comunque coinvolto, per monitoraggio e sorveglianza sulle riforme da attuare, ma i soldi arriveranno soltanto dal fondo salva Stati europeo Efsf.

La Commissione europea pone un’unica condizione: la riforma del settore finanziario spagnolo per evitare che le disinvolte cajas, contaminate dalla politica, facciano altri danni. Il vero successo diplomatico di Rajoy è aver ottenuto che i fondi europei vadano al Frob (Fondo per la ristrutturazione ordinata delle banche) e non al governo stesso. La differenza è cruciale: se i soldi fossero stati gestiti dall’esecutivo, la politica spagnola sarebbe stata esautorata e commissariata da Bruxelles e Washington. Invece così dovrebbe rimanere relativamente autonoma, con i fondi incanalati alle banche senza passare dalla pubblica amministrazione.

Il sistema di garanzie

E adesso che succede? Bisogna addentrarsi nell’architettura anticrisi europea. I soldi alla Spagna non arriveranno subito, ma i mercati ora sanno che se la Grecia dovesse uscire dall’euro dopo le elezioni-bis del prossimo weekend, la rete attorno a Madrid è pronta. Da oggi ricomincia il negoziato tra Spagna e istituzioni europee. Si dovranno definire le condizioni per un Memorandum of understanding, come quello contestato dai partiti greci in campagna elettorale per i sacrifici che ha comportato.

Nel caso spagnolo, stando a quanto sappiamo ora, l’unica condizione sarà appunto la riforma della finanza. Chiariti gli impegni, potrà muoversi il Fondo salva Stati Efsf. Che, nonostante il nome, non è un fondo, ma una società di diritto privato lussemburghese: non ha risorse proprie, è costituita da un insieme di garanzie (fornite dagli Stati membri) che gli permettono di emettere obbligazioni sul mercato per raccogliere le risorse da dare agli Stati in difficoltà.

Il conto all’Italia

L’Efsf è un enorme pasticcio, e lo dimostra proprio la vicenda spagnola. Vediamo i numeri per capire meglio: l’Efsf conta su 780 miliardi di euro di garanzie fornite dagli Stati, che gli permettono di prestare fino a 440 miliardi. Circa 200 sono già stati impegnati per i programmi di sostegno di Grecia, Irlanda e Portogallo. Almeno altri 100 andranno alla Spagna (e questo implica, en passant, che non ci sono i soldi nel caso l’Italia abbia bisogno di un aiuto analogo).

Il guaio è che la Spagna era uno dei Paesi che garantiva i prestiti dell’Efsf, mentre ora si trova a diventarne beneficiaria. E quindi scompare dal novero dei garanti. Risultato: il peso delle garanzie viene redistribuito sugli altri Stati. L’Efsf è stato progettato in modo così astruso, a causa dei veti politici incrociati, che le garanzie finiscono nel conto del debito pubblico (secondo i parametri di Eurostat).

Oggi l’Italia garantisce il 19,2 per cento dell’Efsf, con l’uscita della Spagna la quota salirà al 24,7 per cento circa, che tradotto in miliardi di euro significa un impegno teorico di 39,9 miliardi di euro aggiuntivi. Soldi da non sborsare subito (e speriamo mai), ma che figurano tra le potenziali passività. Da luglio partirà l’Esm, il meccanismo europeo di stabilità, che invece è un vero fondo, con un capitale autonomo (versato dagli Stati) e più indipendente dalle condizioni dei Paesi che lo finanziano.

Ma la differenza di risorse sarà minima, soltanto 80 miliardi in più dal 2014. La rete europea resta fragilissima, ma almeno qualcosa è stato fatto prima dell’incerto voto greco che potrebbe proiettare Atene fuori dall’euro. Domani i mercati faranno capire il loro umore, la grande incertezza riguarda le agenzie di rating, piuttosto agitate in questi giorni: la capitolazione della Spagna avrà un effetto sulla tenuta dell’Italia e, magari, della Francia? Allo spread l’ardua sentenza.

da Il Fatto quotidiano del 10-6-2012

Twitter @stefanofeltri