Istituzioni, società civile e buona politica escono drammaticamente sconfitte dalla partita sulle nomine dei membri dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e per il Garante privacy.

L’unica vittoria – ma è una vittoria di Pirro che porta con sé il germe della sconfitta prossima ed ineluttabile – è quella dei partiti politici che hanno, ancora una volta, voluto mostrare i muscoli, arrogandosi il diritto – che la legge attribuisce al Parlamento – di scegliere secondo le logiche lottizzatrici di sempre i prossimi membri delle due Autorità.

Nessuna trasparenza, nessuna procedura di valutazione comparativa delle competenze ed esperienze dei membri e, soprattutto, nessuna verifica sull’indipendenza ed autonomia dei candidati.

E’ bipartisan, anzi tripartisan – visto che vi ha preso parte anche l’Udc di Pierferdinando Casini – la tragicommedia istituzionale che sta andando in scene in queste ore. Il Pd indice ad horas delle “primarie” – mai l’espressione è stata profanata ed infangata di più – nell’ambito delle quali una cerchia ristretta di parlamentari, nel segreto dell’urna, è stata chiamata a votare una short list – non è dato sapere predisposta da chi – di candidati diversi da quelli i cui curricula sono stati presentati presso gli uffici di presidenza della Camera e del Senato.

Basti dire  che sul sito del Partito Democratico non c’è traccia di queste singolari primarie, che i parlamentari sembrerebbero essere stati invitati a votare su una trentina di nomi in tutto – tra candidati all’Agcom ed al Garante Privacy – mentre alla Camera ed al Senato risultano depositati oltre un centinaio di curricula e che i risultati delle votazioni sono secretati e, realisticamente, tali resteranno fino a domani.

Inutile, d’altra parte, perdere tempo a dare i nomi degli eletti in questa singolare edizione delle primarie più anomale ed antidemocratiche della storia del partito.

Li scopriremo domani semplicemente osservando la singolare concentrazione di voti in capo ad un candidato per l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e due candidati per l’Autorità Garante della privacy.

Il partito, a mezzo c.d. primarie, ordina e Deputati e Senatori, come burattini di legno filocomandati, puntualmente, domani, ratificheranno, lasciandosi così espropriare di una scelta che la legge affida a ciascuno di loro in maniera autonoma, indipendente e, auspicabilmente, consapevole. Così facendo, tuttavia, un pezzo del Parlamento, in ciascuno dei due rami, sarà stato esautorato del diritto/dovere di nominare i migliori membri possibili delle due Autorità nell’interesse non già del partito ma del Paese e degli elettori.

Una pagina buia, dai colori crepuscolari del grande partito che fu, quella scritta oggi, dal Partito Democratico con le sue farsesche primarie.

Non è più luminosa la pagina scritta dal partito leader del terzo polo di Pierferdinando Casini che, a quanto raccontano le cronache, si sarebbe letteralmente impuntato per ottenere una poltrona in Agcom – quasi si  trattasse di un numero introvabile di una figurina mancante per il completamento dell’album – in cambio di una poltrona, lasciata al Pd per il Garante della privacy. Per essere un terzo polo, ovvero un’alternativa, l’Udc sembra, almeno in questo, straordinariamente uguale ai partiti leader degli altri due poli.

Il PdL del Cavaliere, dal canto suo, evitando, più elegantemente e meno ipocritamente, di dar vita a qualsivoglia genere di consultazioni, pare destinato a portare, tra gli altri, ancora una volta in Agcom, una personalità straordinariamente indipendente ed al di sopra di ogni sospetto di partigianerie e faziosità, scelta, ovviamente, su base meritocratica tra le decine di curricula pervenuti agli uffici di Presidenza di Senato e Camera.

Si tratta di Antonio Martusciello, ex dirigente Fininvest, fondatore di Forza Italia, ex Deputato del Popolo delle libertà, evidentemente poliedrico al punto di essere stato sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e Presidente di una compagnia Aerea e già membro dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, carica alla quale venne eletto nel luglio del 2010 nel corso di una rocambolesca seduta all’esito della quale – come raccontano i resoconti parlamentari – molti Senatori si trovarono, persino, ad interrogarsi su chi fosse il neonominato componente del Consiglio ed a cercare di individuarlo attraverso Facebook e gli elenchi del telefono.

Sono gli stessi resoconti parlamentari a narrare della sperticata difesa di Mediaset nella quale Antonio Martusciello, all’epoca, Onorevole in forza al PdL, si sperticò nel corso di un’indagine conoscitiva su un disegno di legge sulla disciplina del settore televisivo nella fase di transizione verso la tecnologia digitale [cfr. pag. 28 del resoconto della seduta dell’8 febbraio 2007].

Come si fa anche solo a sperare che l’ex parlamentare Pdllino, confermata la sua poltrona in Agcom, saprà – e potrà davvero – anteporre l’interesse del Paese a quello dell’azienda e della parte politica dalle quali proviene e che con tanta determinazione ha, in passato, difeso?

E’ una vergogna tripartisan quella che sta andando in scena e c’è una sola possibilità per i partiti di riconquistarsi la dignità perduta: lasciare liberi, domani, Deputati e Senatori di votare i nomi dei membri che dovranno sedere sulle poltrone dell’Agcom e del Garante Privacy, secondo coscienza e sulla base dei curricula raccolti – ed auspicabilmente loro trasmessi – dagli uffici di Presidenza di Camera e Senato.

Solo così, solo tagliando i fili che li legano ai loro burattinai e disattendendo le indicazioni di voto dei partiti, Deputati e Senatori potranno sottrarsi all’ennesima onta che, altrimenti – ed a ragione – li travolgerà: aver lasciato che gli interessi di partito prevalessero su quello del Paese.