Lilli GruberChi sguazza fra i complotti, per un attimo, sarà svenuto. Davvero. Impossibile. Assurdo. Perché l’esclusivo, misterioso e tenebroso Club Bilderberg invita Enrico Letta? L’eterno ragazzo non riesce a rassettare il malcostume democratico, le correnti cattoliche e sinistrorse che nemmeno conoscono al Westfield Marriot Hotel di Washington dove si riuniscono quest’anno, ancora oggi per l’ultimo giorno. Proprio Letta, il nipote Enrico, potrà mai indirizzare l’economia e la politica mondiale? Non vale citare Lilli Gruber, ospite televisiva in trasferta con Franco Bernabè, il presidente di Telecom (e padrone di La7) sempre presente nel gruppo di potere fondato nel 1954 dal visionario Bernhard van Lippe Biesterfeld. Il principe olandese che radunò un pezzo di Guerra fredda nei saloni insonorizzati di un albergone di Renkum, il Bilderberg. Quello che voi conoscete e che i dietrologhi soffrono, è un insignificante elenco d’ingresso che mescola nomi inquietanti a nomi eccellenti, banchieri, governanti, uomini di finanza e uomini di relazioni, a volte giornalisti, a volte industriali. Non saprete mai che strategia seguono i diciotto vertici che l’ex commissario europeo Etienne Davignon coordina con la sapienza di un ottantenne belga un po’ amministratore, un po’ imprenditore, un po’ diplomatico. Non troverete documenti, neppure fra le relazioni ufficiali (non divulgate), l’identità di un interlocutore che, fra un biscotto dietetico e un succo d’arancia, condanna un’azienda oppure benedice un partito. Il segreto come statuto aiuta a gonfiare l’ipotesi diffusa che il Bilderberg abbia favorito il golpe portoghese, la bolla immobiliare, l’agonia europea, l’ascesa di Bill Clinton e Tony Blair.
Se volete provare il brivido che esista un ordine mondiale di massoni senza grembiuli o illuminati senza novizi dovete incrociare il calendario. Una data, una città, un’epoca. Il 14 maggio 2009, Nafsika Palace, elicotteri, guardacoste e cacciabombardieri sorvegliano Atene. Chi supera la trincea di seicento manganelli e poliziotti viene automaticamente arrestato. Nessuno rischia. Il cinque stelle con ristorante panoramico è il covo greco di Bilderberg. La compagnia è variopinta: la regina Beatrice d’Olanda; il portoghese José Manuel Barroso, la massima autorità europea; Robert Zoellick, l’americano che presiede la Banca Mondiale; Timothy Geithner, il segretario al Tesoro di Barack Obama; decine di ex ambasciatori, ministri, nobili. In quei tre giorni, sosteneva il giornalista di origine russa Daniel Estulin, autore di un libro sul Bilderberg, il Club aveva un paio di soluzioni in agenda: una stagione piuttosto lunga di povertà oppure una breve depressione per un nuovo regime mondiale. Anche scommettere è azzardato. La Grecia, però, s’è fatta budino, già devastata e contagiosa a fine anno.
Il 4 giugno 2010, mare di Sitges vicino Barcellona, il Bilderberg omaggia il socialista moderno, ancora saldamente al comando, José Zapatero. Tempo una manciata di mesi e la disoccupazione impazzisce: il sistema Zapatero implode. Non fatevi ingannare da quel fascino ambiguo di una ricostruzione suggestiva. Godetevi la cronaca di un’agenzia vecchia di 25 anni. Primavera 1987, lago di Como, a Cernobbio i fratelli Gianni e Umberto Agnelli importano il modello Bilderberg: non possono mancare Romano Prodi (Iri); Carlo Azeglio Ciampi (Banca d’Italia); il finanziere David Rockefeller (Trilateral Commission). Quasi sfuggiva, c’era Raul Gardini (Ferruzzi-Montedison). La famiglia Agnelli adorava il Bilderberg (e Ma-rio Monti lo frequentava): nel ’97 si portano sul lago Lanier (Atlanta) anche Carlo Rossella, direttore de La Stampa. Rossella è nostalgico: “Ricordo Hillary Clinton che mangiava gelati enormi e la cortesia di una regina, Sofia di Spagna. Il protocollo era rigido: cena di sera, sveglia all’alba, 8:30 primo incontro. Più che discutere su quello che stava accadendo nel mondo, si decideva cosa fare per il futuro”. Il mito resiste? “Appena conti di meno smettono di chiamarti. Letta potrà sfruttare l’occasione per accreditarsi con grandi banchieri e politici. La Gruber è una scelta di Bernabè, lui è un protetto del Club. La Fiat pesa ancora tanto, per questo John Elkann partecipa”.
Il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2012