La gestione dell’affaire Csm da parte del sottosegretario Catricalà “è stata corretta”, dice Mario Monti. E guai a pensare che il successore al soglio di Gianni Letta non goda più del plauso incontrastato del premier, anzi; può vantare la sua più profonda stima. Poi, però, lasciati da parte i convenevoli e le (ovvie) dichiarazioni di facciata, si scopre che ieri mattina Monti ha ricevuto una telefonata accorata da Catricalà che gli prospettava (anche lui!) di andarsene se non avesse avuto subito una “pubblica riconferma” del mandato ricevuto. E Monti, che di fibrillazioni su questa stessa falsariga ne ha ogni giorno almeno un paio, ha preferito dar seguito alla richiesta; in fondo la “bomba” Csm è stata disinnescata. Ma i problemi restano. E i corvi di Palazzo Chigi giurano che tocca solo aspettare un po’ perchè ne succeda un’altra e la questione si ripresenti.

D’altra parte tra Monti e Catricalà non è mai scoccata la scintilla e il sottosegretario, negli ultimi mesi, ci ha messo del suo infilandone diverse, tra gaffes e veri e propri errori di gestione politica. Tanto che il premier, di concerto con un Napolitano anche lui piuttosto critico, potrebbe cedere alle lusinghe di Berlusconi che lo vuole alla presidenza dell’Agcom, casomai in cambio di qualche sostanziale ritocco allo statuto della Rai.

In fondo, è anche quello che vuole il sottosegretario. È da quando ha finito il mandato all’Antitrust che tenta di ritornare sulla poltrona di un’autorità; non c’è riuscito con quella dell’Energia (ci provò il Cavaliere, ma fu cannoneggiato), ha tentato poi con la Protezione Civile, quindi ha sperato di ottenere la delega ai servizi (come aveva Letta) e anche quello nisba. Adesso è di scena l’Agcom e per lui i prossimi sette anni d’incarico presidenziale rappresenterebbero anche una pensione ben superiore a quella che prenderebbe rimanendo nei ruoli di Palazzo Chigi; all’Antitrust, in fondo, guadagnava 450 mila euro l’anno (oltre ad altri 8 mila euro al mese come membro del Consiglio di Stato) ora ne mette in tasca un terzo. E Monti dicono abbia già puntato Enzo Moavero (oppure il giovanissimo miracolato di palazzo Madama, Federico Toniato) come possibile successore, ma si vedrà. Diciamo che, intanto l’errore commesso sul Csm ha decisamente avvicinato Catricalà all’agognato nuovo incarico, anche se i suoi suggeritori occulti su quella riforma (Ghedini e Costa, ma anche Gasparri e il presidente della commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli) non miravano ad avvantaggiarlo verso l’ascesa professionale, bensì ad ottenere quello che il governo Berlusconi non era riuscito a portare a termine: la politicizzazione spinta del Csm. La brutta figura è stata colossale, comunque la si metta.

Quasi dello stesso tenore dell’altra, di pochi giorni fa, quella del pasticciaccio brutto di Corcolle, con Catricalà che si spinge a difendere “a nome del governo” il prefetto Pecoraro e il governo che lo sbugiarda, di lì a tre ore, con la nomina di Goffredo Sottile. Per non parlare della micidiale gaffe seguita alle contestazioni rivolte a Monti dai terremotati dell’Emilia, quando l’ineffabile sottosegretario se n’è uscito con una topica storica: “Monti sarebbe stato contestato anche al di là del sisma”.

Quindi si arriva a prove televisive di spessore: a Porta a Porta ha giurato sulle liberalizzazioni (“Sui taxi non cederemo mai”, e lasciamo stare su come è andata a finire). Ospite di Ballarò ha filosofeggiato: “Non è vero che siamo lontani dai cittadini. Tutti noi nel governo abbiamo un passato da cittadini”. Geniale, poi, l’uscita sull’Ici alla Chiesa: “Devo dire che non abbiamo avuto tempo di occuparcene”. Sull’articolo 18 aveva poi tentato di inserire (sempre su suggerimento Pdl) un articolo in cui la tutela del licenziamento non si sarebbe più applicata in caso di fusione di aziende; la Fornero ne ha fatto coriandoli. E, infine, sulle liberalizzazioni aveva provato a mettere il naso sulla gestione delle tariffe di notai e avvocati, ricevendo un secco “fatti i fatti tuoi” da una tutt’altro che compassata Severino.

Insomma, sarà pure sfortuna , ma Catricalà resta in bilico. Mezze frasi nei corridoi di Palazzo Chigi continuano a monitorare il cambiamento di temperatura. “Antonio non media e non risolve come faceva Gianni”, dicono i “suoi” pidiellini di fiducia. “Vedo meno la mia famiglia – si lagna invece lui – dormo con il cellulare acceso e ho preso il testimone da un ‘semidio’ come Letta”. Già, ma anche in politica divinità si nasce, mica s’improvvisa..

Il Fatto Quotidiano, 29 Maggio 2012