“In Italia delinquere conviene” dice Piercamillo Davigo, oggi consigliere della Corte Suprema di Cassazione, in passato pm del pool di Mani Pulite e di processi ne ha vissuti tanti. Nel Belpaese, forse, delinquere conviene davvero, soprattutto se favoriti da quei procedimenti lunghi, da quella giustizia che ancora è lumaca. Una situazione questa che di certo non può essere resa migliore se si guarda allo stato in cui versano i tribunali italiani, con sempre meno personale e risorse.

Le riforme del governo non aiutano, soprattutto perché i palazzi di giustizia difficilmente riescono ad accoglierle. Si pensi solo al Tribunale del Lavoro di Roma, che perde magistrati per spostarli in altri settori, a fronte di una mole di fascicoli che aumenta sempre di più. A peggiorare la già precaria situazione, le due recenti riforme inserite nella cosiddetta legge Fornero che introducono prima il cosiddetto tribunale delle imprese e poi il rito speciale per le controversie in tema di licenziamento. Nella sintesi, è stato introdotto un rito processuale speciale per le controversie che riguardano i licenziamenti.

Questa prevede due fasi: la prima riguarda il lavoratore che, dopo aver impugnato il licenziamento entro 60 giorni, dovrà entro i successivi 180 depositare un ricorso al giudice del lavoro, che poi deciderà con ordinanza immediatamente esecutiva. Nella seconda fase, il datore di lavoro portato davanti al giudice, che, per ottenere la riforma di tale ordinanza, dovrà depositare un ricorso in opposizione allo stesso giudice che poi pronuncerà la sentenza. Per ogni licenziamento impugnato ci saranno ben due processi davanti al giudice del lavoro di primo grado, il quale dovrà inoltre riservare a entrambi una corsia privilegiata rispetto a tutti gli altri processi. Ma non è stato previsto alcun aumento dell’organico né dei magistrati né del personale ausiliario. Di conseguenza, un giudice del lavoro per poter rispettare i tempi stretti per mandare a sentenza quei processi in tema di licenziamento sarà costretto a rimandare tutti gli altri casi che stava seguendo. E così si continueranno ad avere processi che durano decine di anni. A Roma, nei palazzi di viale Giulio Cesare, dove si trovano gli uffici giudiziari, la situazione è alquanto catastrofica e si continuano a perdere magistrati come se fossero fiches in una partita di poker.

Il 20 aprile sono stati trasferiti d’ufficio alla Corte d’appello lavoro ben quattro magistrati addetti alla trattazione delle cause di primo grado: si tratta di una applicazione temporanea disposta dal presidente della Corte fino al 20 ottobre 2012 per far fronte alle esigenze di quell’Ufficio, ritenute prevalenti rispetto a quelle del Tribunale di primo grado. Così si lasciano a prendere polvere in quelle stanze, i fascicoli di ben 2500 processi che per forza di cose, verranno rinviati. D’altro canto la mole di lavoro diventa sempre maggiore. Solo nell’ultimo anno, i processi di nuova iscrizione sono aumentati del 15 per cento. Dai 44 mila procedimenti del 2010, si è passato ai 51 mila dell’anno successivo.

Numeri che non aiutano rispetto all’Europa, che continua a bastonarci sul tema dei processi troppo lunghi. Era il 2010 quando la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha emesso una maxi-condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi. A due anni di distanza la situazione non sembra essere cambiata. Secondo gli ultimi dati della lista per casi pendenti redatta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, aggiornata al dicembre 2011, l’Italia si è aggiudicata il primo posto. Sono 2.522 i processi a carico dell’Italia ancora pendenti, cifra che vale il primato negativo per il quinto anno di fila, e che ci fa toccare la vetta dei 13.741 giudizi non applicati.

da Il Fatto Quotidiano del 20 maggio 2012