I neonati bianchi non sono più la maggioranza negli Stati Uniti. Il dato, a lungo atteso, anticipato, da alcuni anche temuto, è stato annunciato ufficialmente dal Census Bureau Usa. Nell’anno che si è concluso il 31 luglio 2011 i nati bianchi sono stati il 49,6 per cento delle nascite complessive. Ispanici, neri, asiatici ed appartenenti ad altre minoranze hanno invece rappresentato il 50,4 per cento dei neonati. La stima dell’ufficio del censo è definita “rivoluzionaria” da molti ed è tale da trasformare in profondità la composizione etnica e razziale del Paese, oltre alla sua identità sociale e culturale.

Race Matters“, la “razza conta”, scriveva alcuni anni fa il filosofo Cornel West. Le questioni etniche e razziali sono state spesso al centro dei grandi eventi sociali e politici americani, dalla Guerra civile al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta, fino al più recente dibattito sull’immigrazione e all’elezione del primo presidente afro-americano. Proprio le più recenti ondate immigratorie, soprattutto di ispanici, mostrano di aver cambiato in profondità natura e composizione del Paese. Mentre la popolazione bianca, nel suo insieme, è invecchiata, gli immigrati arrivati negli ultimi anni sono in generale giovani e al picco dell’età fertile. Secondo una ricerca del Pew Hispanic Center, l’età media degli ispanici che arrivano oggi negli Stati Uniti è di 27 anni. La conseguenza è che tra il 2000 e il 2010 ci sono stati più ispanici nati negli Stati Uniti che immigrati dai Paesi ispanici.

I dati del Census Bureau mostrano che attualmente i bianchi rappresentano ancora la maggioranza: il 63,4 per cento. L’invecchiamento complessivo della popolazione bianca – la cui età media è di 42 anni – unito agli alti tassi di fertilità delle ormai ex-minoranze, porteranno comunque a un inevitabile ribaltamento. Entro il 2042 i bianchi non ispanici non saranno più la maggioranza.

In intere aree del Paese questa è già una realtà. Nella contea di Yuma, in Arizona, soltanto il 18 per cento dei giovani sotto i 20 anni sono bianchi. Grazie proprio al gap generazionale, 348 contee hanno perso la loro maggioranza bianca. I bianchi non sono più maggioranza in quattro Stati – California, Hawaii, New Mexico e Texas – oltre che nelle aree metropolitane di New York, Washington D.C., Las Vegas, Los Angeles, Memphis. Persino in vecchie roccaforti del potere bianco, come la Virginia, i bambini sotto l’anno di età sono ormai equamente divisi: metà bianchi, metà appartenenti alle minoranze.

Quello che i nuovi dati con ogni probabilità faranno è comunque rilanciare la discussione sull’immigrazione. Stati come il Texas, l’Arizona, la Virginia hanno in questi anni preso, o stanno prendendo, misure per limitare l’arrivo di nuovi migranti, soprattutto dal Messico. La retorica anti-immigrazione è stata in questi mesi usata da molti tra i candidati repubblicani alla presidenza. Ipotizzando che nel prossimo futuro il numero di nascite tra gli ispanici e gli immigrati in generale tenda a diminuire (le statistiche dimostrano che gli indici di procreazione calano tra i figli e i nipoti degli immigrati di prima generazione) resta la questione dell’identità culturale, ormai lontana anni luce da quella anglo-sassone ed europea su cui si sono fondati gli Stati Uniti e che per secoli ne ha costituito l’asse portante politico, economico, sociale. Alcuni, come Marcelo Suarez-Orozco, co-direttore degli Immigration Studies alla New York University, parlano oggi di un “contratto sociale da riformulare tra una popolazione che non si assomiglia”. Con, da un lato, una generazione di baby boomers bianchi e ormai invecchiati. E, dall’altro, una fascia sempre più larga, e più giovane, di società multietnica e globalizzata.