Notturne piazze che ormai contengono l’urlo di un’enorme “inespressa” moltitudine, dove ognuno può contare singole eccezioni che niente tolgono a quel che appare come un doloroso imperante conformismo, tenente una bottiglia ciondolante in mano per bere senza sete.
Sarà questo l’unico movimento, nell’obbligo dello stare dove vagano immobili ormai migliaia di persone, in parossistiche quantità, nelle notti del venerdì e del sabato in qualsiasi città del nostro paese.

Non più piazze dove andare, dove tornare, dove ragionare e prendere decisioni, ma ventre mal nutrito di muti parlanti, urlanti. Piazze che, solo alle cinque del mattino, tornano vuote come campi di battaglia, mostrando la violenza degli ultimi veri sconfitti, mentre pallidi e rancorosi infrangono vetri sulle pietre delle strade e scuotono saracinesche come animali imprigionati ed umiliati che, rantolando, mostrano la loro violenta disperazione.

Scritte sui muri inneggiano perfettamente e chiarissimamente a un doloroso “il degrado mi aggrada”. Poche ore prima un’anziana donna, abituata a levarsi all’alba di ogni mattina per allestire il suo banco di mercato, urlava indispettita per i notturni schiamazzi un perentorio: “Ma andate a trombare, bischeri”. Insinuandomi così il dubbio che una moltitudine di individui si rassicura nella altrui quantità ma, nell’osservarla bene, appare triste e incapace di emozioni. Forse senza poeti. Senza eroi. Senza miti, ma anche senza buone pizze a cui, gioco forza, seguirebbe ben altra birra. Giovani donne e uomini senza gite fuori porta, senza cinema e senza teatri, senza alcuna stabilità lavorativa. Senza Dylan e senza Lennon, senza amici, senza amanti, senza baci appassionati e senza sacrosante abitudini quotidiane.

Privati di un pomeridiano “vuoi un buon tè, amore mio”, privati del godimento di un notturno pane e acciughe.
Armati di opache e anonime bottiglie di birra che tracannano alcol da trincea come fanti intrappolati in una melmosa vita senza coraggio, apparentemente mai conosciuto.
Un euro per una tre quarti, e il primo gioco è fatto. E poi:
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
ormai inariditi
per inspirare qualsiasi cosa.

Pochi invisibili che si nascondano fra cento o mille. Una moltitudine che sotto-vive senza alcuna passione, sopra-vive senza abbracci, senza baci, senza idee condivise e che forse non sa, della ” fragilità della bellezza”, un bel niente.
La cocaina a basso costo fa il resto, il pericoloso e aggressivo resto.
All’apparire del buio, come bambini male-educati e spaventati, solo il bere e il berciare li tiene in vita, nell’attesa che qualcuno, più simile a un nessuno, passi loro qualcosa di fumabile, di aspirabile, qualcosa di “incommestibile” per deglutente rinuncia.
Con la loro paura che nasconde se stessa con urla scalmanate e sfregianti il sacrosanto beato dormire altrui, che  nell’individualità è sacrosanto ma che si trasforma anch’esso in un collettivo silenzio davanti allo smarrimento di una parte sempre più consistente di una generazione di figli propri ed altrui.
Un devastante e pericolosissimo silenzio.
Poi arriverà qualcuno in divisa, con la ramazza in mano, a togliere via la cialtrona immondizia, fischiando e canticchiando: “Chi beve birra campa cent’anni” e la notte per un giorno se ne va.