“Diaz” è ancora nelle sale. Un film molto difficile, da girare, da guardare, da digerire. Ma è giusto andarlo a vedere e sarebbe servizio pubblico trasmetterlo in televisione (plauso all’appello del Tg3 che sta spopolando su Twitter: #Diazintv). Al regista Daniele Vicari il merito di aver reso in ottima narrazione cinematografica tremendi fatti di cronaca. Film costruito sulle carte processuali, sulle prove documentali. Nessun volo di fantasia, nessun “io so ma non ho le prove”. E una volta tanto va benissimo così. La materia è troppo delicata, le ferite ancora troppo fresche, quel sangue sui pavimenti della scuola non è stato ancora ripulito dopo 11 anni. Quindi meglio non avventuarsi, in un film, su strade che diventano vicoli ciechi, su domande che non trovano risposte. Domande, come quelle di Giuseppe Pericu, sindaco di Genova nel 2001. Domande che noi cronisti, però, non dobbiamo mai smettere di fare. 

Per questo voglio riproporre proprio l’intervista che Pericu rilasciò al Fatto Quotidiano il 5 agosto 2010, dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza d’appello sui fatti della Diaz: cosa ci faceva Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera, all’epoca vicepremier, nella sala operativa della Questura di Genova quel maledetto 21 luglio 2001? L’onorevole Gianfranco Fini non ha mai chiarito, non ha mai fornito spiegazioni: chi credeva lo avrebbe fatto, chi lo ha assunto a eroe dopo la rottura con Silvio Berlusconi, non può che rimanerne deluso. Non è il caso di chi scrive.

E il ruolo di Fini? Mancano troppe risposte

Giuseppe Pericu
 è il sindaco di Genova nel 2001 (eletto nel 1997, riconfermato nel 2002, ha guidato la città per dieci anni). Ha sempre chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare “per chiarire alcuni aspetti di responsabilità politica sui quali è rimasta una fitta coltre di mistero, come sulla presenza di Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio, nella sala operativa della Questura di Genova”.

Il governo in carica era il Berlusconi II, ministro degli Interni Claudio Scajola, le cui ammissioni di aver ordinato di sparare contro chi avesse “violato” la zona rossa provocarono sconcerto e scalpore. “Una gestione che evidenziò gravissime carenze – afferma Pericu, diessino nel 2001 e ora nel Pd – pari a quelle del governo precedente, di centrosinistra e presieduto da Giuliano Amato, che preparò l’evento. Questo va detto con chiarezza, perché mi apparve evidente fin da subito che, mentre si accumulavano tensioni, nell’anno che precedette il G8 fu fatto ben poco per evitare la tragedia, che puntualmente si presentò”.

Adesso, però, si può leggere quanto scritto dalla Corte d’Appello di Genova: le motivazioni di sentenze che accusano i vertici della Polizia, dirigenti importantissimi la cui carriera, dopo il G8, non si è certo fermata. Tanto che il capo della Polizia nel 2001, Gianni De Gennaro, oggi guida i servizi segreti: condannato a un anno e quattro mesi per aver istigato alla falsa testimonianza, nel processo, l’ex questore di Genova Francesco Colucci. Poi, le 25 condanne per la mattanza della Diaz, con la sentenza d’appello che ribalta il primo grado: 4 anni a Francesco Gratteri e altri 4 a Giovanni Luperi, i due poliziotti più importanti presenti quella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 alla scuola Diaz.

Eppure l’ex sindaco Pericu è tutt’altro che soddisfatto anche di questi esiti: “Un magistrato ha una capacità di indagine assai limitata, perché deve mettere in relazione i fatti ai comportamenti delle singole persone. Una valutazione politica di quei giorni richiederebbe di accertare anche le responsabilità politiche. Noi genovesi abbiamo sempre chiesto una seria inchiesta parlamentare proprio per questo motivo. Ma questa indagine la politica non la ha mai voluta, nonostante le carenze enormi da parte governativa che già all’epoca apparvero evidenti”.

Per Pericu, i misteri ormai rimarrano tali: “È passato troppo tempo: non solo Diaz, dico Piazza Alimonda con l’uccisione di Carlo Giuliani, Bolzaneto e circostanze singolari come la presenza dell’allora vicepremier Fini nella sala operativa della Questura”. Genova, luglio 2001, “le responsabilità politiche non saranno mai accertate”, sospira l’ex sindaco.

Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2010

La Corte d’Appello di Genova nel maggio 2010 ha condannato anche i vertici della Polizia di Stato, infliggendo circa 85 anni di reclusione. Dei 28 imputati solo 2 ne sono usciti senza condanna, ma per prescrizione dei reati, non per assoluzione.
Il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a cinque anni, l’ex vicedirettore dell’Ucigos Giovanni Luperi (poi all’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) a quattro anni, l’ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola (successivamente vicequestore vicario a Torino) a tre anni e otto mesi, l’ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a tre anni e otto mesi. I due dirigenti della Polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Non sono stati dichiarati prescritti i falsi ideologici e alcuni episodi di lesioni gravi. Sono invece stati dichiarati prescritti i reati di lesioni lievi, calunnie e arresti illegali. Per i 13 poliziotti condannati in primo grado le pene sono state inasprite.

L’ultimo capitolo del processo è previsto nei giorni 11, 12, 13, 14 e 15 giugno a Roma. Ma sulla sentenza della quinta sezione della Corte di Cassazione incombe il rischio della prescrizione: se il reato di calunnia si è già prescritto, per i vertici della Polizia resta in piedi il reato di falso per il quale la prescrizione scatta dopo 12 anni e mezzo dal fatto. Se la Cassazione non confermasse la sentenza d’appello, rinviando gli atti a Genova, si potrebbe superare la fatidica scadenza del 21 gennaio 2013, che vanificherebbe tutti i processi, le ricostruzioni, persino il film e le botte prese da tutti coloro che, innocenti, alla Diaz stavano soltanto dormendo.