La regola, aurea, si ripete implacabile. In ogni luogo e in ogni tempo. Vale per ogni rivoluzionario: all’inizio parte puro di cuore poi, di fronte ad un potere che non riesce ad abbattere e può solo conquistare, la purezza è corrotta. L’idea si adatta, il comportamento ne diventa conseguenza. Il sogno svanisce. E bisogna ricominciare da capo. Probabilmente è successo questo a Guardiola e al suo Barcellona: una delle squadre più belle e vincenti della storia del calcio. Hanno osato portare la meraviglia al potere, hanno coltivato un’estetica sublime della forma e della sostanza che era riuscita a pochissimi prima di loro. Hanno vinto e poi hanno trionfato. E questo ha decretato la loro fine. Pep Guardiola, uomo di calcio dal sangue blaugrana, l’ha capito prima che fosse tardi. E ha detto addio.

Elegante e raffinato, cresciuto alla scuola del calcio totale del Barcellona di Cruijff a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, la sua intelligenza calcistica lo rende in grado di ricoprire ogni ruolo. Il maestro olandese per lui sceglie la posizione di centrocampista basso: organizzatore del gioco e direttore d’orchestra. Con quel Dream Team blaugrana vince tutto quello che è possibile vincere. Sempre fedele al Barcellona. Unica eccezione un dorato prepensionamento in Italia, tra Brescia e Roma, e poi in Qatar e in Messico. Infine, sublime allenatore in campo, sceglie di esserlo anche in panchina. Una stagione al Barcellona B, a lavorare coi ragazzini, poi la panchina a cui da sempre è destinato.

Con il Barcellona sono quattro anni fantastici. Al di là dei 13 trofei conquistati (tra cui spiccano 3 campionati, 2 Champions League e 2 Campionati del Mondo per Club) Guardiola crea una squadra con un’identità e uno stile di gioco che rimarranno indimenticabili. Una squadra che resterà per sempre scolpita sulla sacra pietra del tempio della storia del calcio. In compagnia delle altre squadre che dal dopoguerra in poi hanno segnato, decade dopo decade, il cammino del pallone nell’immaginario collettivo dei tifosi: l’Ungheria di Puskás, Kocsis e Hideguti; il Real Madrid di Di Stefano, Puskás, Gento e Kopa; il Brasile di Pelé e Garrincha (e di Rivelinho, Gerson, Didì, Vavà e Tostao); l’Ajax e poi l’Olanda guidate in campo da Cruijff e in panchina da Michels; il Milan degli olandesi con Sacchi in panchina.

Scorrendo ammirati questo elenco di nomi, una cosa subito salta all’occhio. Fino agli anni ’70 è il calcio dei giocatori, poi, il calcio è degli allenatori. Le trasformazioni dei modi di produzione nella società influenzano ogni aspetto della vita: anche il gioco, anche il calcio. Guardiola, come tecnico figlio dei fluidi anni zero, nel suo Barcellona sublima una incredibile fusione alchemica. Il suo è il Barcellona di Guardiola, fuori da ogni dubbio, ma anche il Barcellona di Messi, Xavi e Iniesta. Allenatore e calciatori hanno la stessa importanza. Con il Barcellona del Pep la storia del calcio giunge al suo culmine e i due piani della produzione calcistica tornano ad assumere uguale valore. Si sfiora la perfezione.

Ma il potere logora, chi lo detiene come chi ne è escluso. Il Barcellona, da sempre portatore di un’identità altra, si definisce mès que un club: è una società senza padrone, gestita da un’assemblea votata dai soci; rappresenta una città e una regione, la Catalunya, che si vuole diversa dal resto della Spagna e del mondo. Ma la modernità ne ha fatto un business. Nel 2010 la rivista Forbes ne ha certificato il valore in oltre 1 miliardo di dollari. Nel 2006 sceglie di sporcare la sua centenaria storia mettendo uno sponsor sulla maglia. Dapprima, sempre controcorrente, è il Barcellona a pagare: lo 0,7 per cento del ricavato annuale per avere sulla maglia il logo dell’Unicef. Ma dura poco. Dal 2011 la scritta è Qatar Foundation, che versa alle casse societarie 30 milioni di euro all’anno.

Il Barcellona diventa un formidabile veicolo pubblicitario, la Nike la fa da padrone. La squadra vince dappertutto e i suoi giocatori vincono trofei individuali in serie. Sempre sul tetto del mondo, ogni giorno anche in televisione o sulle riviste patinate. Il Barcellona diventa più di un club, ma nel senso che diventa una macchina da soldi e di potere. Il troppo storpia. Qualcuno si stufa, non solo tra gli avversari. Alla fine si stufa anche Guardiola. Occhiaie pesanti, invecchiato ben oltre quattro anni rispetto alla sua prima conferenza stampa, oggi Pep confessa che la sua decisione di farsi da parte risale ad ottobre. E spiega: “Quattro anni con il Barcellona sono un’eternità: tanto lavoro e tanta fatica. Sono stanco. Rimanere qui significa essere al cento per cento ogni giorno, bisogna avere sempre avere la forza e l’energia necessaria”.

La società, orgogliosa al limite della presunzione, oggi annuncia che il prossimo tecnico del Barcellona sarà Tito Villanova, il fido secondo di Guardiola. Famoso fino ad oggi solo per essersi preso un dito nell’occhio da Mourinho al termine della vittoria in Supercoppa contro il Real. Una dichiarazione di invincibilità – chiunque lavori con noi può sedersi sulla nostra panchina – che potrebbe risultare deleteria. Blanc e, soprattutto, Bielsa, rimangono sullo sfondo. E Guardiola? Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. In Inghilterra dicono che abbia già firmato col Chelsea. In Italia lo danno un giorno all’Inter, come vecchio pallino di Moratti, un giorno al Milan, come artefice di una profonda ristrutturazione, anche societaria, che potrebbe prevedere Capello in ruolo dirigenziale.

L’interessato risponde: “Ho solo bisogno di riposo. Magari mi fermo per un anno, nella mia vita non c’è solo il calcio“. Il condottiero rivoluzionario si è trovato costretto a gestire il potere che non è riuscito ad abbattere, e non ce l’ha fatta. E’ stato sconfitto nelle sue troppe vittorie. Il calcio è politica, economia, guerra. E Guardiola, stremato, ha voglia di tornare ad assaporare la vita. Una volta riposato, a differenza di Cincinnato, tornerà a sedersi su una panchina. Perché la vita è fuori dal calcio, ma il calcio è la sua vita. Tornerà per ricominciare un’altra, impossibile rivoluzione. Altre vittorie porteranno ad una nuova, ineluttabile, sconfitta. Ma l’utopia resta, anche se ogni volta si allontana sempre di più. Perché, come dice Galeano, è quella che ci serve per camminare.