In Lombardia pochi cittadini esprimono preferenze nel voto amministrativo, mentre i gruppi mafiosi concentrano efficacemente il loro consenso sui candidati “amici”. Così due consiglieri regionali, Giuseppe Civati del Pd e Giulio Cavalli di Sel, in vista delle elezioni di maggio lanciano la campagna “Preferenze pulite” (anche su twitter) e invitano i cittadini a indicare sulla scheda “un cognome di cui fidarsi e a cui affidarsi”. Facendo propria una battaglia lanciata da Nando dalla Chiesa, che nel “decalogo antimafia” illustrato nel suo libro La convergenza mette al punto 8 “Spendi il tuo voto”. Perché, scrive il sociologo, “la mafia cede i suoi pacchetti di voti ai candidati in cambio naturalmente di favori, senza distinzione di partito, anzi in tutti i partiti. Così noi dobbiamo utilizzare il nostro voto in funzione antimafia”.

Il ragionamento parte dai numeri: nei piccoli centri possono bastare poche decine di voti per piazzare il proprio uomo in consiglio comunale, che poi tornerà utile quando si discuteranno appalti, licenze edilizie e altri potenziali business. Basti a pensare che in una grande metropoli come Milano l’ultimo degli eletti siede in consiglio con 461 voti. Il “porcellum mafioso”, insomma, “è garantito dagli argini troppo bassi”. Da qui l’appello perché “i candidati sindaci, la stampa, i partiti, la rete e la società civile alzino la voce sull’uso responsabile della preferenza da esprimere nel seggio”.

Anche a Milano “nelle ultime elezioni amministrative la criminalità organizzata ha avuto gioco facile nell’eleggere un consigliere all’interno delle istituzioni a cui fare riferimento e su cui esercitare le proprie pressioni”, affermano Civati e Cavalli in un comunicato. Nomi e cognomi “stanno nelle ultime operazioni contro le mafie”. E sono tanti. Per lo più non indagati, ma colti dagli investigatori in stretti rapporti con i boss. Per esempio Armando Vagliati, consigliere comunale del Pdl in assiduo contatto con Giulio Lampada, finito in carcere per associazione mafiosa. O quelli citati nelle fitte telefonate nelle quali Carlo Chiriaco, direttore dell’Asl di Pavia oggi sotto processo a Milano per concorso esterno, discuteva su quali cavalli puntare i voti a disposizione di presunti boss “lombardi” come Pino Neri e Cosimo Barranca. E tanti altri casi di consiglieri e assessori di comuni dell’hinterland di Milano che la ‘ndrangheta considera, a torto o a ragione, “a disposizione”

L’operazione Crimine-Infinito del 13 luglio 2010 “ha messo in luce le connessioni delle cosche con 13 esponenti politici lombardi”, ricordava l’anno scorso Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a reggio Calabria.”Sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, deputati e semplici candidati. I media ne hanno parlato per qualche giorno poi niente più”. L’iniziativa di Civati e Cavalli, dice a ilfattoquotidiano.it, va bene ma è “un palliativo”, perché “i candidati puliti possono anche essere specchietti per le allodole infilati tra faccendieri a sostegno di candidati sindaci collusi con la ‘ndrangheta”. Secondo Gratteri, meglio sarebbe “agire a monte, sulla scelta dei candidati, con una legge elettorale diversa e con le primarie”. Il magistrato conferma che il voto mafioso esiste in Lombardia, come in Piemonte e in Liguria, “da decenni”. Le locali di ‘ndrangheta si danno da fare ” a destra come a sinistra”. E’ vero, sono “minoranze, ma qualificate e organizzate in blocco, mentre la società civile va alle urne in ordine sparso”. 

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