Non vivo su Marte e nemmeno in Polinesia. Ma quando sono uscito dal cinema dove ho visto “Diaz” ci ho messo una mezzorata, come scriverebbe Camilleri, a riprendermi. Perché la forza dell’ìmmagine è tale da portare lo spettatore a un livello di coscienza molto superiore rispetto a quello cui la semplice conoscenza di un determinato evento può arrivare. Sapevo e so bene cosa è successo a Genova: ma vederlo messo in scena con tanta neorealistica violenza è ancora un’altra cosa. “Diaz” andrebbe mostrato nelle scuole, nei cinema, nei circoli e nelle piazze e dove volete voi: per mostrare come una città italiana possa trasformarsi di punto in bianco in Santiago del Cile. E’ successo una volta e potrebbe succedere ancora visto che i vertici della Polizia che quella mattanza decisero prima e difesero dopo sono ancora al loro posto. E visto che “servitori dello Stato” di tal fatta li avevano già resi dei paradigmi viventi Elio Petri e Gian Maria Volontè in “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”: l’analogia fra la sequenza dell’irruzione alla Diaz e quella della retata nel film di Petri sono impressionanti. “Repressione è il nostro vaccino, Repressione è civiltà” urlava Volontè fresco di promozione ai suoi sottoposti. Quel film è datato 1970: 31 anni prima del G8 e 41 anni prima del film di Vicari. E’ successo, può succedere ancora.

Ma mentre in quel film il sistema che proteggeva se stesso e i propri servitori era palese, pur nella caratterizzazione dei ruoli (il finale con Volontè reo confesso che come in un incubo vede i suoi superiori rifiutare la sua confessione) in “Diaz” quasi non c’è. Esci dal cinema suonato dal rumore dell’elicottero e dal pensiero che questi sarebbero stati capaci pure di caricare dei ragazzi su un aereo e buttarli a mare come nell’Argentina di Videla e al contempo ti domandi: forse che i massacratori della Diaz e i torturatori di Bolzaneto arrivavano loro da Marte o dalla Polinesia? Chi decise di spedirli drogati di adrenalina e forse non solo a massacrare persone imermi? Quali politici avvallarono prima la scelta e coprirono dopo i responsabili? Che ruolo ebbe quello stesso Fini che anni dopo si sarebbe accollato, pure con dei meriti, il ruolo di difensore della dignità dello Stato? O meglio: di quale Stato era rappresentante allora quando era vicepresidente del Consiglio? Di tutto ciò nel film non c’è traccia. “Diaz” è un film duro, meritorio ed efficace ma scolastico e limitato. Come del resto Agnoletto ha sottolineato sul Fatto di oggi. Ci sarebbero voluti Petri e Volontè per farne un film politico. E di quel film (anzi: di tanti di quei film) abbiamo e avremo disperato bisogno.