Più che alla Carolina Kostner che esulta per la conquista del titolo mondiale penso a quella di un paio di giorni prima. Che a domanda sul suo futuro agonistico ebbe e rispondere: non so cosa farò, solo che la mia vita privata è a zero. So che una volta, da ragazzina, avrei voluto uscire anche se il giorno dopo avrei avuto un allenamento. Mia madre s’incupì e mi disse: se vuoi fare una cosa falla bene. E io non uscii. Penso alla Carolina che si trasferì a Los Angeles prima delle Olimpiadi di Vancouver e più o meno per un anno fece la vita della reclusa perché LA non è un telefilm.

Penso ad Andre Agassi che da bambino era costretto a restare dentro una gabbia da tennis per ore con il padre che gli ululava contro di tirare più forte: e che ha trascorso la vita a tentare una difficile elaborazione del dover vivere dell’attività che nel suo intimo ha sempre odiato. Penso alle innumerevoli tenniste vittime di padri padroni (la Dokic, la Lucic, la stessa Sharapova) travolte dalla sofferenza per essere rinchiuse in una gabbia di obblighi ed essere state private di una vita normale.

Penso a Bernard Tomic che fa allontanare l’arbitro dal campo a Miami perchè quella stessa presenza lo porta al limite di una crisi di panico. Penso ai calciatori, non a tutti a ma quasi, cresciuti su cambi spelacchiati la domenica mattina dove genitori li incitano platealmente a tirare fuori le palle e a entrare duro su altri ragazzini dalla stessa età. E che una volta cresciuti mirando a un modo fasullo sono disposti a pagare quasiasi prezzo o quasi per non essere nemmeno un gradino sotto lo standard del calciatore di successo. E non hanno mai imparato a vivere. Penso perfino a Schumacher che torna a correre dopo il ritiro perché non sa fare altro.

Penso a questi e ad altri esempi e mi coglie il sospetto che ormai (e non certo da oggi) lo sport non sia dalla parte della persona, ma contro. Che dia corpo a desideri di rivincite di genitori frustrati, crei macchine di potenza che per essere tali quasi non hanno il tempo fisico di approfondire altri aspetti di sé. Servi perlopiù inconsapevoli di un circo che raramente si preoccupa di far crescere la testa e il cuore oltre che i muscoli dei suoi gladiatori.

E alla fine mi viene da dire che ci vorrebbe una decrescita sportiva, sul modello di quella sociale ipotizzata da Latouche: in cui si gareggia meno, si torna a giocare e si pensa di più. Uno sport che torna dalla parte dell’uomo invece di divorarlo. Ma potremmo accettarlo?