In molti, come me, a qualche giorno dalla tristissima notizia della sua morte, avranno ancora negli occhi e nel cuore le atmosfere, le suggestioni, le passioni dell’autore di  Sostiene Pereira. Ci viene subito in mente il clima sentimentale e  retrò che invita a rallentare e riflettere della Brasileira, al Chiado nel cuore  Decò di Lisbona, dove ci siamo seduti con un caffé accanto alla statua di Ferdinando Pessoa, sui passi e nello spirito di Antonio Tabucchi.  E forse anche la magia silenziosa di Mougins, il borgo a forma elittica, nell’entroterra della Provenza, amato da Picasso, che Antonio Tabucchi ha raccontato insieme al cimitero marino di Sète, la piccola Venezia popolare del Languedoc e a tanti altri luoghi geografici e letterari  in Viaggi ed altri viaggi.

In una intervista di presentazione di Viaggi ed altri viaggi Antonio Tabucchi dice una cosa importante e che fa assoluta chiarezza sulla sua libertà intellettuale e sulla dedizione assoluta alla verità che ha configurato la sua opera letteraria, la sua ricerca di viaggiatore, la sua coerente e rigorosa passione civile. “Sono un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. . . L’oggetto deve venire prima altrimenti ci sono spostamenti di logica.  Un viaggio si fa per farlo, diversamente sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore. . .”

Sia che si dedicasse alla letteratura, ai viaggi o alla analisi impietosa e puntuale del nostro paese, di cui dalla amata Lisbona coglieva quello che in troppi da vicino facevano finta di non vedere,  Antonio Tabucchi si orientava esclusivamente secondo le coordinate della verità e della libertà, come ci ha ricordato Marco Travaglio.

A pochi giorni dalla sua scomparsa, più ancora che a caldo, mi è venuta in mente per la sua dirompente attualità, oltre che per la sua forza, La lettera aperta al Presidente della Repubblica sull’Italia dei cittadini e l’Italia di merda che risale addirittura al 2001, ma che per i passaggi cruciali ed il senso complessivo potrebbe stare sulle prime pagine odierne (di un giornale libero).

La scintilla che aveva mosso Tabucchi a rivolgersi con una lettera aperta al presidente Ciampi, erano stati gli “strascichi” al commento lapidario di Daniele Luttazzi, di lì a poco proscritto via “editto bulgaro”,  a proposito della memorabile presentazione a Satyricon de L’odore dei soldi. Rivolto a Travaglio  aveva osato dire ” Apprezzo il suo coraggio in quest’Italia di merda”, interpretando lo stato d’animo dei milioni di cittadini che per la prima volta erano venuti a conoscenza  in TV della mole documentaria sulle fortune “misteriose” e sulla felice, pluriennale convivenza con un boss mafioso di Silvio Berlusconi.

Le reazioni politiche e istituzionali, non sulle frequentazioni e le pratiche di un già presidente del consiglio che si apprestava impossessarsi di nuovo del Paese,  ma contro lo “sfrontato” Luttazzi erano state ovviamente di assoluta e vivissima riprovazione e avevano toccato il culmine con una denuncia per “vilipendio alla nazione”.

Così lo scrittore innamorato di Pessoa e dei surrealisti degli anni ’50, il viaggiatore dei più indimenticabili viaggi reali e letterari, prende carta e penna per una semplice ragione. “Il motivo per cui le scrivo, Signor Presidente, è un’analisi di questa nostra Nazione, cioè delle Istituzioni e dei Governi che hanno retto e reggono il Popolo italiano. E credo che ciò non sia solo consentito, ma legittimo per un cittadino di questo paese. . . “.

L’inizio dell’analisi parte da quella che Tabucchi chiama “l’infanzia della repubblica” e che fa coincidere con Portella della Ginestra, strage “i cui mandanti rimasero sconosciuti”. La prima delle infinite stragi senza i veri colpevoli “a tal punto che oggi, a 55 anni dalla sua nascita, si potrebbe dire che l’Italia non è una repubblica fondata sul lavoro, ma una Repubblica fondata sulle stragi”.

E “il seguito è una litania che tutti conosciamo di cui Lei, come primo cittadino, è più al corrente di tutti”. Il cittadino Tabucchi, che non si è posto nemmeno per un secondo la domanda se la sua passione civile per la verità potesse in qualche modo nuocere alla sua “icona letteraria” chiede al Presidente se non sia più opportuno invece che smantellare la Costituzione, come Berlusconi si apprestava a fare dopo il tentativo fallito della Bicamerale, “rivedere quei Patti stipulati da  Mussolini e confermati da un latitante, l’on. Craxi, che non si addicono a nessuno Stato laico”. E gli domanda se meriti più scandalo Luttazzi o chi paragona i ragazzi di Salò ai partigiani e anche  se “l’immunità  parlamentare” debba garantire  lo scranno “a individui sui quali gravano pesantissimi capi di imputazione”. . . .

Da cittadino leale e fiducioso nonostante tutto nelle istituzioni, in quella lettera che a distanza di undici anni è un riferimento prezioso nello smarrimento democratico odierno, Tabucchi si augurava che Ciampi non si sentisse offeso per le parole di Luttazzi, ma che facesse “quanto in suo potere affinché gli italiani possano far luce sui buchi neri che oscurano la nostra giovane Storia”.

Quanto le aspettative e le richieste di trasparenza, legalità, eguaglianza davanti alla legge, equità sociale siano state accolte da allora a oggi è noto; non ancora del tutto quantificabili sono le nefaste conseguenze di questo disprezzo ostentato e prolungato per l’Italia dei cittadini.