I colori di Bruegel e la Passione di Cristo in una lunga, ipnotica carrellata indietro che desta ammirazione, crea spaesamento, quasi inquieta. Sulla carta, l’ultimo esperimento di Lech Majewski – regista, videoartista, scrittore e pittore polacco non nuovo a sfide del genere – cerca spettatori disposti alla contemplazione, forse già pronti ad accoglierlo in ginocchio prima di averlo visto.

Ma I colori della passione – da oggi in sala per CG Home Video – non è esclusivamente un film per raffinati gourmet della visione (avvertenza: i più ricercati potrebbero trovarlo lezioso e poco aderente ai canoni di quel cinema trascendentale che ormai riconoscono ovunque). Piuttosto sembra darsi, anima e tela, ad un pubblico aperto, ma senza pregiudizi teorici, attento, ma non pedante, a chi sappia entrare in armonia con una tessitura dell’immagine dentro alla quale risiede un’idea tanto forte che, dopo averti colpito, lentamente si espande, avvolge lo schermo e lo raggela in un capolavoro dell’arte fiamminga esposto in un museo di Vienna.

Nelle Fiandre della metà del Sedicesimo secolo, Pieter Bruegel (Rutger Hauer) progetta La salita al Calvario prendendo a modello gli abitanti di un villaggio oppresso dalla Spagna di Filippo II e dai suoi mercenari. Interno o esterno, lo sguardo del pittore organizza, dirige e in ultimo fissa una sacra rappresentazione che è, parimenti, la denuncia di uno dei tanti popoli vessati dalla Storia. La novità non sta certo nella concezione – paradossalmente vecchia quanto un archeo-cinema di cui recupera suggestioni e temi – quanto nella sua straordinaria resa fotografica, nella perfetta adesione dei personaggi allo sfondo, nell’impressionante mimetismo dell’immagine sul modello pittorico originario.

Nella settimana precedente alla Pasqua, tra le più variegate cine-colombe, il vero miracolo è che un titolo del genere riesca ad uscire in sala: va da sé che gli spettatori esagitati o col tic dell’orologio debbano astenersi.