Per il minzolinguismo languido che, pur in assenza di Minzolini, continua a pervadere il sistema mediatico, era un’occasione ghiotta. Un profluvio di immagini, articoli e marchette in corpo 12 assortite per celebrare i fasti dell’Italia Risanata, ripetere le parabola della credibilità ritrovata, battere la grancassa di un altro Governo del Fare (nel paragone con quello del farsele).

Invece sulla cartapesta del palcoscenico asiatico si è abbattuto uno scroscio di pioggia acida. Lo psicodramma sull’art. 18 (dove non cambia alcunché di sostanziale), la minaccia di dimissioni, la chiamata a rapporto di un Cicchitto qualunque, addirittura le bacchettate da Repubblica hanno grippato il motore della macchina propagandistica concentrata sui grandi del mondo, da Obama a Wen Jiabao, profusi in apprezzamenti per il nuovo governo. Tastiere e microfoni erano pronti addirittura ad annunciare l’arrivo di capitali asiatici nello Stivale. Anzi qualcuno che aveva già pronto il pezzo ha pensato bene di pubblicarlo comunque, sfidando il ridicolo. Non è la prima volta che gli alti papaveri di via XX settembre cercano di convincere i fondi sovrani cinesi a staccare qualche assegno. Ne avevo scritto già a settembre durante le ultime contorsioni del tremontismo in un post intitolato Il Contabile ed il Dragone.

Gli investimenti diretti cinesi in Italia ammontano ad un’inezia. E’ ipotizzabile che con il cambio di governo cambi anche la voglia di investire in Italia? L’entusiasmo internazionale per il governo dei burocrati è un parto della fervida inventiva minzolinguistica. Gli spread sono scesi significativamente solo dopo i massicci finanziamenti della Bce al Tesoro con l’escamotage del finanziamento di lungo periodo alle banche. Quell’onda è stata cavalcata da molti gestori finanziari nella fiera dei facili profitti concessi dall’Eurotower. Ma questo non cambia un dato di fatto nudo e crudo: sei mesi o un anno fa i ritorni attesi su un’iniziativa industriale in Italia erano negativi (a parte qualche nicchia tipo Ducati o monopoli tipo Eni). Oggi, a voler essere benevoli, potremmo dire che sono un po’ meno negativi, ma siccome nessuno investe con l’aspettativa di perdere soldi, il quadro di fondo rimane immutato.

Rispetto a settembre 2011 il file Powerpoint del roadshow montiano, a parte la retorica, contiene poche laconiche diapositive su pensioni e inasprimento fiscale. Per il resto, l’annacquamento dei già blandi decreti su liberalizzazioni e semplificazioni, annunciati con squilli di trombe, hanno obliterato la credulità degli irriducibili ottimisti. La pietra tombale su qualsiasi velleità verrà sigillata proprio con questa riforma abborracciata del diritto del lavoro, concepita da burosauri cristallizzati nel mondo ormai scomparso della grande impresa con migliaia di addetti dalle mansioni omogenee.

Se il problema cruciale fosse l’art. 18  l’Italia non saremmo in una situazione disperata. Invece sono tutte le leggi contraddittorie e intraducibili, a costituire il deterrente, oltre alla corruzione, alla burocrazia, alla criminalità organizzata, al sistema giudiziario disastroso, alle infrastrutture a pezzi e alle tasse assurde. Quest’ultimo è il vero nocciolo della questione su cui era urgente intervenire con decisione. Non si investe in Italia perché il carico di imposte sulle imprese (soprattutto minori) supera talora il 60%, mentre il cuneo fiscale che massacra le buste paga è senza pari tra i maggiori paesi avanzati.

Monti ha scaraventato dalla finestra un’occasione unica. A novembre-dicembre, con le oligarchie partitiche atterrite dalla prospettiva di elezioni anticipate, dalla bancarotta e dalla rabbia degli elettori, Monti avrebbe dovuto assalire i privilegi di quanti vivono di politica, vendere la manomorta pubblica, tagliare gli sprechi e abbassare le tasse. Al contrario ha proseguito nella strategia suicida alla Tremonti di inasprimenti fiscali su un sistema economico stremato per pagare le follie del settore pubblico. Appena sceso lo spread, le varie caste hanno immediatamente archiviato l’emergenza e hanno ritrovato intatta la protervia di qualche mese fa. Il premier assicura che non tirerà andreottianamente a campare. Curiosa affermazione. Da dicembre non sembra abbia fatto molto altro. Per l’Italia adesso si tratta di non tirare a crepare.