Il rilancio del paese passa dalla modifica all’articolo 18? Chissà. Di sicuro, prima o poi dovrà passare da uno spostamento di priorità (e capitali) verso la modifica del sistema-cultura, che attualmente – dal museo al centro di ricerca – si arrabatta, si arrangia, langue, arriva a sera e spera di svegliarsi l’indomani.

Scrive proprio oggi il direttore della Casa della Cultura di Milano che “questa crisi sta mettendo in discussione le ambiguità di un paradigma che deve essere ripensato, “per superare le ambiguità del modello manageriale e individualista e incorporare gli stimoli e i valori di una nuova tensione umanistica.” Un nuovo umanesimo, quindi. Pensare in grande, pensare al domani, liberandoci finalmente di quella condizione che ci affligge ormai da troppo, che qui si chiama miopia e che gli inglesi chiamano short-term thinking. Non più contentini una tantum, paghette settimanali clientelari.

Come fa notare questo ottimo articolo di Andrea Dusio,”le città che più hanno finanziato la cultura, a livello europeo, sono quasi sempre grandi centri industriali decaduti negli ultimi 15-25 anni, dalla siderurgia di Bilbao al tessile di Manchester fino all’automotive di Torino.” Centri in cui c’era “un’urgenza di riconversione ed un’emergenza occupazionale.” Insomma, la cultura può risultare la scommessa vincente quando rappresenta una via d’uscita forzata, soprattutto per quelle metropoli (ma pensiamo al nostro paese, più in generale) che in passato non si erano mai preoccupate di essere “attrattive” (quanto è bella l’Italia, già lo sappiamo).

Se davvero sono i paesi più colpiti dalla crisi, come la Spagna (al Prado si sono raggiunti i 3 milioni di visitatori) o la Grecia (+10% nel settore del turismo culturale rispetto al 2010), quelli che più riempiono i musei, forse la vale la pena approfittarne il più presto possibile.

di Lillo Montalto Monella

Monti si confronta con la grande miseria dei direttori di musei

Testata: Le Figaro
Data di pubblicazione: 13 marzo 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per italiadallestero.info
Articolo originale di: Richard Heuzé

Con la proposta sulla trasparenza degli stipendi dei funzionari pubblici, il presidente del consiglio fa scoppiare uno scandalo

Antonio Natali dirige dall’agosto del 1980, gli Uffizi di Firenze, uno dei più prestigiosi musei al mondo, con 1,8 milioni di visitatori all’anno. E da ventidue anni, riceve sempre lo stesso stipendio, 1780 euro al mese, ventitre volte meno di quello del direttore dei Monopoli di Stato o del capo di Stato Maggiore della Difesa. “Mi vergogno quando racconto ai miei colleghi del Louvre o del British Museum quanto guadagno. Se mia moglie non fosse insegnante, avrei dovuto abbandonare la mia professione da molto tempo”, ha detto al Figaro.

Lo stipendio che percepisce Anna Lo Bianco, uno dei più grandi specialisti di storia dell’arte italiana, una laurea più sette anni di specializzazione post laurea e innumerevoli concorsi statali a suo attivo, per dirigere a Roma la Galleria Nazionale d’Arte Antica, è quattro volte inferiore a quello dell’ultimo degli uscieri del Senato. “Ho 40 persone alle mie dipendenze. Quando i custodi sono venuti a sapere del mio stipendio, mi hanno mostrato la loro solidarietà. Sono pagati quanto me,” ha detto.

“Non abbiamo nè cellulare, nè auto di servizio, nemmeno un budget per le ore supplementari. Ho 31 anni di carriera trascorsi sempre nello stesso ufficio. Abbiamo appena assunto una giovane stagista del Louvre. Guadagna più di me “, aggiunge Rita Paris, che si occupa della Via Appia, prestigioso parco archeologico di 80 ettari in pieno centro a Roma. Ascesa e caduta della cultura italiana. Nell’affrontare la loro ira, il Ministero dei Beni Culturali ha pensato di fare cosa gradita, offrendo 150 euro di aumento al mese, tramite un concorso. “Proposta ridicola, assurda. Pretendono che presenti documentazione scritta del lavoro che faccio. Ho condotto 80 campagne di restauro. Cosa vogliono di più? ” dichiara indignata Anna Lo Bianco.

Bassissima considerazione
Non c’è dubbio che nessuno avrebbe saputo di questa rivolta se Mario Monti non avesse imposto la trasparenza sui salari del pubblico impiego. E’ là che sono iniziate le sorprese. Passi che un ministro guadagni 200.000 € l’anno. Ma come è possibile che i commessi statali come il presidente della commissione antitrust, i responsabili delle Autorità in materia di energia e comunicazioni, alcuni capi di gabinetto e pezzi grossi dell’esercito, il direttore dell’INPS possano guadagnare da 320.000 a € 540.000 all’anno? Antonio Natali si indigna della “bassissima considerazione della classe politica per il nostro lavoro”: ” Il fatto che siamo vergognosamente sottopagati è un’ulteriore prova che l’Italia non crede nella sua cultura”

(Foto: eblaser, Flickr.com)