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Rcs, la rivolta dei giornalisti “Soldi pubblici per pagare sprechi”

Stati di crisi e cassa integrazione per i dipendenti, intanto i manager vengono coperti d'oro nonostante il grande flop spagnolo con l'acquisizione del gruppo multimediale Recoletos. Gazzetta dello Sport trasferita da via Solferino in periferia, sfiduciato il direttore Andrea Monti

La Spagna non lascia dormire sogni tranquilli a manager e azionisti della Rcs. Con un nuovo, durissimo, comunicato nell’edizione di ieri, i giornalisti e i dipendenti del gruppo editoriale del Corriere della Sera insistono sul flop dell’acquisizione spagnola Recoletos e alzano il tiro su amministratori e azionisti. Arrivano anche le prime sfiducie ai direttori. Proprio mentre vengono chiuse testate come il free press City ricorrendo alla cassa integrazione o ai prepensionamenti, con “un aggravio straordinario per gli enti di previdenza”, secondo i giornalisti di via Solferino “una casta (questa sì) di intoccabili non paga neppure il minimo pegno per le scelte scellerate in termini di politica aziendale, di investimenti (l’acquisizione della Recoletos spagnola è l’esempio più eclatante) che, ben oltre la crisi congiunturale, hanno portato al disastro”. Il primo a fare le spese di una protesta sempre più agguerrita è stato ieri il direttore della Gazzetta dello Sport, Andrea Monti, che è stato sfiduciato ad ampia maggioranza dai suoi redattori.

Dopo il drastico comunicato di martedì, firmato dai rappresentanti sindacali di Gazzetta dello Sport, Corsera e poligrafici, ieri sono tornati alla carica i giornalisti del quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli. Questi ultimi hanno scelto la formula della lettera ai lettori per tenere alta l’attenzione sul braccio di ferro in corso con l’azienda che, per salvare il salvabile, ha deciso di puntare sulla cessione dell’immobile di via Solferino trasferendo la Gazzetta alla periferia di Milano insieme a tutti i poligrafici. Smembrando, quindi, la redazione del Corriere che si troverebbe a dover “comporre un giornale «bionico», le cui parti vengono costruite in luoghi diversi e poi assemblate con escamotage informatici”.

Non solo. Nei disegni della dirigenza ci sarebbe anche la separazione del corpo redazionale dello stesso Corsera, con il trasferimento in via Rizzoli anche di alcuni giornalisti della testata. Una scelta che secondo il sindacato chiama in causa direttamente i lettori proprio perché avrebbe un effetto negativo sulla qualità del giornale. Il tutto per costruire l’ennesima pezza che il management vorrebbe piazzare per sistemare i conti con il passato. Ossia, appunto, la disastrosa acquisizione del gruppo editoriale spagnolo Recoletos effettuata all’inizio del 2007 per la ragguardevole cifra di 1,1 miliardi dall’attuale amministratore delegato di Rcs, Antonello Perricone, affiancato tra gli altri dai consulenti di Mediobanca, primo socio del gruppo.

Allora si stimava che l’acquisizione avrebbe portato al gruppo italiano valore economico per 127 milioni. A distanza di cinque anni, invece, Rcs che all’epoca era in sostanziale equilibrio finanziario, si ritrova con un indebitamento di 981,7 milioni e una partecipazione che, secondo i sindacati, ha un valore contabile “che supera di poco la metà dell’investimento iniziale”. E se la stima dovesse venire certificata in bilancio con una pesante svalutazione, gli stessi soci, già in agitazione per i passaggi di mano di alcune quote di rilievo e le variazioni in corso nei pesi della finanza italiana, potrebbero trovarsi davanti alla necessità di aprire il portafoglio per ricapitalizzare la società, pena perdere la presa sul salotto buono lasciando spazio a chi vorrebbe crescere.

Naturale, quindi, che il management le stia studiando tutte per evitare scelte estreme. Anche perché in questi anni è stato lautamente retribuito: complessivamente tra il 2007 e il 2010 amministratori e sindaci sono costati alla Rcs 22,6 milioni. La fetta più importante è andata a Perricone che nel quadriennio ha incassato 5,21 milioni, uno dei quali riferibile a un bonus datato proprio 2007, anno in cui ai soci andò un dividendo di oltre 80 milioni.

Hanno quindi avuto gioco facile i giornalisti del Corriere nel “denunciare il depauperamento qualitativo oltre che economico, l’attenzione continua a interessi esterni all’impresa editoriale a danno del prodotto, del marchio, dei suoi lavoratori e dei lettori”. Una denuncia fatta puntando il dito contro un’azienda che con una mano “negli ultimi due anni ha chiesto (e chiede) soldi pubblici tramite stati di crisi e ristrutturazione subentranti, con l’altra assegna a azionisti e vertici manageriali ricchi dividendi e premi quasi milionari”.

da Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2012