Il 12 gennaio di due anni fa Haiti visse i 36 secondi più drammatici della sua esistenza. Nel terremoto del 2010 morirono 300mila persone e un milione e mezzo di haitiani si ritrovò senza un tetto sopra la testa. Otto mesi dopo, alla vigilia delle elezioni presidenziali, un’altra tragedia piombò sul piccolo paese abitato da otto milioni di anime, il colera. L’epidemia, la prima nella storia del Paese, ha colpito “da ottobre 2010 a dicembre 2011 500mila persone uccidendone 7000 e, purtroppo, continua a diffondersi in tutto il Paese soprattutto nel Nord”, ha spiegato al telefono la dottoressa Barbara Maccagno coordinatore medico di Medici senza frontiere ad Haiti. Il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti passando per l’Europa, si commosse e inviò miliardi di aiuti in denaro e beni di prima necessità come acqua potabile, medicine e vestiti.

Partirono i progetti delle Nazioni Unite, associazioni storiche come MSF, la più grande organizzazione indipendente al mondo, inviò volontari e con i più grandi si mossero anche i piccoli. Iniziò una transumanza di Ong, molte delle quali partivano dagli Usa, spesso alla prima esperienza sul campo. Qualcuno all’epoca le contò: nel gennaio 2011 erano 3000 le organizzazioni umanitarie che operavano nella penisola caraibica.

Alcune, le più piccole, furono fondate in occasione dell’ “emergenza Haiti”. La Materials Management Relief Corps (MMRC) era una di queste. Fu messa in piedi poche settimane dopo la tragedia da due ragazzi americani. Si facevano chiamare Big Paul e Little Paul. Big Paul lavorava negli Usa come autista di ambulanze, abbandonò il lavoro, prese uno zaino e il primo aereo per Haiti. Little Paul aveva alle spalle lavoretti diversi, da muratore a consulente aziendale, e fece la stessa cosa di Big Paul. Insieme ai due Paul arrivarono ad Haiti una decina di volontari, ragazzi tra i 22 e i 29 anni, armati di buone intenzioni, pronti a lavorare 24 ore su 24, disposti a lasciare temporaneamente gli studi o il lavoro a casa per aiutare gli haitiani. La MMRC era operativa. Purtroppo però la loro mancanza di esperienza sul campo e un eccesso di zelo fecero molti danni: a turno quasi tutti i membri della mini ong presero il colera. In pochi giorni, tre al massimo quattro, tornarono in pista ma l’ “incidente” rallentò il lavoro e la distribuzione di medicinali che avevano programmato – a dire il vero – un po’ alla buona. Un paio di ragazzi, comprensibilmente spaventati dall’epidemia e dalla totale mancanza d’igiene ovunque mettessero piede, decisero di far ritorno a casa. Ma non finì qui. Little Paul fu al centro di una seria questione legale che per fortuna si risolse bene ma che lo obbligò a passare 18 giorni in un carcere di Port-au-Prince, la capitale del Paese. Fu ingiustamente accusato di aver rapito un bambino di 15 mesi e di averlo portato in America. In realtà, il bimbo era deceduto per il colera ma alla giustizia haitiana ci vollero più di due settimane per fare questo semplice riscontro. Dopo il brutto incidente little Paul tornò in America, qualcuno riuscì a trovare una sistemazione in un’altra Ong, la maggior parte comunque disse addio a Haiti e all’emergenza, e la MMRC con Big Paul si trasferì in Uruguay.

La storia della MMRC vuole essere solo un piccolo esempio di come e perché alcune cose sono andate storte nella gestione del dopo terremoto a Haiti. Un anno fa, MSF scrisse in un comunicato stampa “nonostante la grande presenza di organizzazioni e agenzie umanitarie, la risposta all’emergenza colera fino ad oggi è stata inadeguata per fronteggiare i bisogni della popolazione”. E dire che il colera è una malattia facile da prevenire e da curare se presa in tempo.

Ma se un anno fa le Ong erano troppe e si coordinavano male tra di loro, oggi qual è la situazione? “Ora c’è il problema opposto” racconta la Maccagno da poco tornata da Haiti: “Il numero di organizzazioni umanitarie si è ridotto di molto e chi è rimasto ha il doppio del lavoro. I problemi non sono risolti, il colera c’è ancora, il governo non riesce a fare fronte da solo alla situazione, la ricostruzione di case, strade e strutture sanitarie è appena cominciata”. In sostanza, Haiti non va più di moda, abbandonata da molte organizzazioni umanitarie (non tutte, Medici senza Frontiere, ad esempio, è operativa nel Paese) ma anche dal governo haitiano che se ci tiene a rimettere in piedi il Paese “deve accelerare le pratiche burocratiche relative alla ricostruzione ”. Il problema, secondo la Maccagno, è che si è fatta troppa “sostituzione”, vale a dire “alcune organizzazioni hanno rimpiazzato tout court il governo locale nella gestione del dopo terremoto e nella cura e prevenzione del colera”. Poi per esaurimento fondi o per altre cause (vedi la storia della MMRC) hanno fatto i bagagli lasciando alcuni progetti sulla carta o a metà. “Bisogna limitare la dipendenza e aiutare il sistema Paese ad assumersi le proprie responsabilità” conclude la Maccagno “e questo si fa con una strategia a lungo termine”.