Le tracce lasciate in Borsa sono tanto numerose che ormai è molto più che un sospetto. A guidare le danze nella gigantesca ondata di vendite che nei giorni scorsi ha messo al tappeto il titolo Unicredit sono stati gli scopertisti. Speculatori di professione. Avvoltoi che si gettano sulle prede in difficoltà per guadagnare sui ribassi delle quotazioni. Operatori con queste caratteristiche abbondano su tutti i mercati. Niente di strano, quindi. Se non fosse che la Consob già molti mesi fa, nel pieno della tempesta estiva sul nostro debito pubblico, non avesse vietato le vendite allo scoperto. Ovvero le transazioni concluse da chi non possiede materialmente il titolo (lo prende in prestito) e prevede di riacquistarlo (di coprirsi) a distanza di giorni nella certezza di poterlo fare a un prezzo inferiore grazie al calo della quotazione.
“Basta con le vendite allo scoperto”, tuonava Giuseppe Vegas, l’ex viceministro di Giulio Tremonti chiamato dal governo Berlusconi alla guida dell’authority che vigila sui mercati finanziari. Il divieto, ne sono certi gli operatori di Borsa, è stato più volte violato nei mesi scorsi. L’offensiva degli scopertisti, detti in gergo shortisti (perché vanno corti, short in inglese) è però partita alla grande non appena, una settimane fa, Unicredit ha annunciato i termini dell’aumento di capitale da 7, 5 miliardi che è partito lunedì. E l’azione degli speculatori ha finito per amplificare il movimento al ribasso innescato dalle vendite dei grandi investitori internazionali e dai piccoli risparmiatori. Dopo un lunedì nero, a dir poco, con la quotazione in picchiata del 12 per cento, che si aggiunge al -37 per cento delle tre sedute precedenti, solo ieri Unicredit ha recuperato un po’ di terreno facendo segnare un rialzo del 6 per cento circa.
Nel frattempo la Consob si è mossa nel tentativo di dare un nome agli speculatori che hanno violato le regole. Mission impossible, o quasi, perché i venditori allo scoperto si nascondono dietro il paravento di soggetti con base nei paradisi fiscali e operativi dalla City di Londra. Seguire la tracce di questi soggetti costa fatica e soprattutto molto tempo, mesi e mesi di indagini dall’esito incerto. Ecco perché il divieto della Consob rischia seriamente di restare lettera morta.
In Borsa però dubbi e sospetti abbondano. Di fronte ai giganteschi ribassi dei giorni scorsi molti operatori hanno incominciato a porsi interrogativi sul ruolo di alcuni grandi azionisti di Unicredit. Soci di peso, forti di una partecipazione attorno al 4 per cento, come la Fondazione Cariverona, la torinese Crt, la bolognese Carimonte vicina al 3 per cento e poi, con quote nettamente inferiori, la fondazione trevigiana Cassamarca e quella del Banco di Sicilia. Le ultime due, che hanno meno dell’uno del per cento si sono già chiamate fuori dall’aumento. Verona ha dichiarato che non andrà oltre il 3, 5 per cento e ancora non si sa che cosa faranno i due investitori istituzionali libici con il loro 7, 5 per cento complessivo e il fondo arabo Aabar che possiede quasi il 5 per cento.
Il sospetto di numerosi investitori è che molte delle azioni in libera uscita dei principali azionisti possano essere finite nel gran calderone dei titoli prestati a istituti di credito o banche d’affari che poi le hanno vendute allo scoperto guadagnando di conseguenza. I soci, da parte loro, sarebbero invece riusciti quantomeno a lucrare sugli interessi del prestito. Queste operazioni hanno avuto conseguenze pesanti sulla quotazione di Unicredit, spinta al ribasso dalla pressione degli scopertisti. Solo sospetti, per ora. Indiscrezioni e niente più. Anche perchè le banche scopertiste usano come paravento strutture societarie off shore. Come dire che le prove stanno a Londra o ai Caraibi. Difficile arrivarci.
da Il Fatto Quotidiano dell’11 gennaio 2012













