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Forlì, i cinesi si prendono lo yacht. Così l’alta finanza ha messo ko Ferretti

Dalle onorificenze al capitano d'industria che sembrava far miracoli al tracollo: la parabola dell'industria nautica made in Italy

Per capire quanto la percezione sia sempre in ritardo rispetto all’economia reale, bisogna risalire all’inizio del Duemila, anno in cui Norberto Ferretti da Forlì, self made man dell’industria nautica, viene insignito del titolo di Cavaliere del lavoro. Ma se l’onorificenza è cosa soprattutto formale, il massimo del nonsense lo raggiunge l’Università di Genova che lo beatifica con la laurea honoris causa nel 2004.

Accade proprio mentre il marchio Ferretti consolida (solo apparentemente) la leadership acquistando marchi nel settore a destra e a manca. Ma la realtà è che naviga in un mare in tempesta che lo porterà ad accumulare qualcosa come 600 milioni di debiti, frutto di una continua e reiterata compravendita a deficit tra fondi d’investimento pronti ad affiancare Ferretti. Il risultato, tuttavia, è che alla fine del gioco si sarebbe giunti al fallimento più che sicuro. Evitato solo in extremis grazie alla liquidità del colosso cinese Shandong che, dalla produzione di macchine agricole e palazzi, entrerà adesso nell’industria nautica di lusso. Eppure Ferretti era considerato forte e solido. Passare dai 200 milioni di fatturato del 2000 al miliardo tre anni dopo era considerato un successo. Punto e basta. Poco importa se quel miliardo era frutto di un margine debitorio che si sarebbe rivelato insanabile. E così l’ateneo di Genova lo laurea in Ingegneria navale “per avere creato una realtà industriale di livello mondiale, per avere mantenuto in Italia marchi prestigiosi della nautica e per avere avuto grande attenzione alla ricerca e all’alta tecnologia”.

Purtroppo è in quei mesi che inizia la fine del marchio Made in Italy. Ferretti scorrazza ancora per l’azienda da grande timoniere, negli anni si toglie anche lo sfizio di vincere il campionato mondiale Offshore classe 1, ma il patron è in mano ai fondi d’investimento: l’azienda creata in casa nel 1968, a ogni passaggio di proprietà, ha certo aumentato il fatturato, ma anche la montagna di debiti. L’ultimo capovolgimento azionario è nel 2009, quando Ferretti esce e ritorna al timone del suo gruppo nautico, passato prima sotto il controllo del fondo di private equity Permira e poi di Candover. Le due operazioni hanno gravato Ferretti di un debito da 1, 3 miliardi di euro. È stato così che i nuovi azionisti sono diventati le banche creditrici (53 %), che hanno Royal Bank of Scotland per capofila, Mediobanca (8, 5 %) e lo stesso Norberto Ferretti (38, 5 %). L’ennesimo polmone artificiale a tempo: a dicembre il tappo è saltato.

L’EFFETTO INEVITABILE è stato quello di passare in mano al colosso cinese delle macchine agricole, Shandong Heavy Industry Group (Shig), qualcosa come 20 mila dipendenti, che si è assicurato il gruppo a un valore relativamente basso, acquistando il 75 per cento del debito dell’azienda. Tanto è bastato per issare la bandiera su un gruppo nautico che nel 2000, quando Ferretti non aveva ancora iniziato il gioco del compra e vendi, ne fatturava 200 e lasciava premi da capogiro agli ingegneri e alle maestranze del gruppo nato e cresciuto nel cuore della Romagna. L’azienda cinese ha già raggiunto un accordo con i creditori, per un costo complessivo di 374 milioni di euro, di cui 178 milioni in investimenti e 196 milioni per il finanziamento del debito.

Manca l’ok dei creditori, ma il gruppo cinese si è già assicurato il 75 per cento della posizione creditoria, di conseguenza sarà il gruppo stesso a decidere e il timore neanche così remoto è che si proceda per confusione. Un affare e l’ennesima dimostrazione di come la finanza abbia messo in ginocchio l’industria: tutte le banche d’affari che si sono avvicinate alla galassia degli yacht di lusso made in Forlì hanno guadagnato fior di quattrini e contribuito a quella che sarebbe stata una sicura sciagura. L’ultimo dei naufraghi è ancora lui, l’onnipresente Norberto Ferretti che si ostina a cantare vittoria: “Il nuovo assetto azionario contribuirà a far crescere Ferretti soprattutto in mercati ancora inesplorati come la Cina”. Resta un nodo cruciale, quello dei 2 mila dipendenti fra i cantieri di Forlì (dove ce ne sono 500), La Spezia, Ancona, Cattolica, Sarnico, Marotta e San Giovanni in Marignano.

I sindacati stessi, preoccupati per le condizioni finanziarie del gruppo, avevano inviato pochi giorni prima del passaggio in mano al gruppo cinese una lettera al nuovo ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, affinché intervenisse per sbloccare la trattativa dall’impasse in cui si trovava. L’intervento di Passera, che comunque la situazione Ferretti la conosceva bene, non è stato necessario. Fino a oggi, almeno. Poi il gruppo acquirente dovrà sciogliere una serie di nodi e dire se la produzione resterà Made in Italy o sarà trasferita altrove (soluzione improbabile), ma soprattutto quanti resteranno a lavorare per un gruppo che negli ultimi mesi, con i libri contabili sulla porta del tribunale, ha praticamente sospeso tutte le commesse.

Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2012