Chi ha detto che il 2102 sarà un anno catastrofico? E che anche in recessione non ci si possa concedere lussi? Senza fare l’elogio del pauperismo o sfoderare la retorica della decrescita felice, abbiamo chiesto ai nostri collaboratori uno sfizio gratuito che intendono togliersi nel prossimo anno, senza gravare sulle proprie tasche o sul debito pubblico, né essere tassabili dal governo Monti. Matteo Bittanti, Pietrangelo Buttafuoco, Lucia Ceci, Franca D’Agostini, Silvia Dai Pra ’, Massimo Fini, Gene Gnocchi, Tomaso Montanari, Aldo Nove, Gloria Origgi, Lidia Ravera, Andrea Scanzi: dodici firme per dodici divertissement per dodici mesi; così sfatiamo la profezia dell ’annus horribilis. A costo zero.
Ballando il saltarello
di Lucia Ceci
Un sogno, un’ossessione nata con La terra del rimorso, cresciuta col Ballo di San Vito, dal vivo a Villa Ada o sparato a tutto volume nello stereo della macchina. Il pizzico della taranta, il suo ordine rituale. Assieme al prurito pensando all’Abruzzo, a Cabbia, il mio paese davanti al Gran Sasso. Perché non riusciamo a essere altrettanto fieri, altrettanto fichi, altrettanto scatenati col saltarello. Lo sfizio per il 2012 è questo: rimettere nel circuito vitale dei ragazzi che ci vengono d’estate (me compresa, of course) il ballo con le sue radici, l’arte del corteggiamento, la musica, la dissimulazione, la sfida. Chiederei a Aurelio e Ardolina, una coppia che molto ricorda perché molto intensamente ha vissuto, di raccontare, far vedere come si ballava, quando, come ci si corteggiava, inseguiva, sfuggiva col salterello. Sentire sul proprio corpo i 6 / 8, sperimentare il gioco degli sguardi, lavorare sullo spuntapiede, il passo calciato dell’uomo che dopo un po ’ ti sfianca. E poi notti d’agosto a ballare in piazza con organetti a du ’ botte, e tamburelli e vino. Sui sampietrini sconnessi fregandosene che rischi di cadere. E che gli Stewart Copeland hanno altro da fare.
Il tempo per capire il 2011
di Aldo Nove
Il desiderio è una brutta bestia. Scalpita o recalcitra a seconda dell’ego a cui è sotteso, e l’ego di ognuno è sempre collegato a quello degli altri. Il 2011 è stato per tutti un anno incasinato e triste. Molte cose sono cambiate e lo hanno fatto tutte con un’accelerazione inaspettata. Un mondo shackerato ma non tanto buono, alla degustazione finale: incomprensibile. Allora per il 2012 mi piacerebbe innanzitutto prendermi tutto il tempo necessario per capire cos’è successo nel 2011: basterebbero diciamo i primi tre mesi. Poi nei successivi sei mi piacerebbe molto capire cosa succede in quei mesi lì, così che negli ultimi tre potrei cercare di comprendere quali sono le premesse per l’anno che arriverà, il 2013. Così, una parentesi di un anno per rendere decifrabili gli anni che la circondano. Davvero è il mio desiderio più grande. Prendermi del tempo. Per capire. Il problema di questo tempo infatti non è il baratro: è il modo in cui gli corriamo incontro.
Sotterrare Pompei, che risparmio
di Tomaso Montanari
Nel 2012 potremmo prenderci il lusso di ricoprire Pompei: sì, reinterrare la città antica, magari dopo averla riempita di argilla espansa. Il patrimonio storico e artistico ormai serve solo a fare eventi: ebbene, ve l’immaginate l’Italia che decide di reinterrare Pompei? Sarebbe il Grande Evento del millennio! E ci prenderemmo anche il lusso, una volta tanto, di dire la verità: e cioè che non ce la meritiamo, Pompei, e che sarebbe il caso di cominciare a pensare di impacchettarla e trasmetterla a un’Italia del futuro, più civile e più felice. Nella speranza che quel-l’Italia, prima o poi, arrivi.
Amicone, vieni via con me
di Andrea Scanzi
Che vertiginosa assenza di talento. Che folgorazione. Che uomo, Luigi Amicone. Il “Fabris” dei berlusconiani. Il droide scombinato. Il ballerino di seconda fila da chiamare quando tutti, ma proprio tutti, hanno declinato l’invito. A differenza di Fabris, mesto personaggio di Compagni di scuola, Amicone si piace: moltissimo. Anche se è un teocon che perdona il bunga bunga (gli Englaro no). Anche se annaspa quando parla. Anche se dirige un giornale all’insaputa del giornale (e dei lettori). Luigino è l’Enrico Toti senza stampella, senza gambe, senza Toti: non è. Idolo. Custodisco un sogno: essere, almeno una volta, con Lui in tivù. A La 7, alla Rai, al circo. Rapito, ascolterei le sue astruse tirate ad minchiam. Per poi dirgli: « Luigino, dai, torniamo a casa. Ti accompagno io. In camera ci sono i Lego ad aspettarti. C’è persino Big Jim vestito da Baget Bozzo. Vieni via, per il tuo bene. Smettila di far sghignazzare il mondo ». Un impegno concreto per il 2012: salvare il soldatino Amycon.
Seminar dubbi sull’altare
di Franca D’Agostini
Uno sfizio che davvero vorrei togliermi è intervenire a messa, durante la predica, interrompendo il celebrante per chiedere spiegazioni, avanzare dubbi, ipotizzare interpretazioni alternative dei brani evangelici. « Scusi, ma che cosa intende dire, esattamente?», « No, guardi, io proporrei una interpretazione diversa »… Sembra impensabile, visto che il potere e il sapere nella chiesa non sono certo democratici. Per di più, per quel che mi riguarda c’è l’interdizione di San Paolo « taceat mulier in ecclesia!». Però in alcune chiese cattoliche, in altri paesi, a volte l’omelia è sostituita da una discussione, alla fine del rito, in cui i fedeli pongono domande, o propongono le loro riflessioni. Questa usanza credo sia piuttosto rara in Italia, ma bisognerebbe introdurla di principio, in almeno alcuni casi. I problemi della chiesa cattolica sono molti, incominciare ascoltando i fedeli, invece di imporre loro noiosissimi e generici sproloqui, a cui non credono più neppure i sacerdoti, potrebbe essere un buon inizio.
Portare Vendola a CasaPound
di Pietrangelo Buttafuoco
Lo sfizio che mi voglio togliere con l’anno nuovo è presto detto: andare da Andrea Camilleri, farmi ricevere e convincerlo a mettersi in posa per una foto insieme. Si tratterà di un’istantanea fatta col telefonino e, col suo permesso, con tutti gli apostrofi messi a cavolo e con tanti “sabbenedica”, la metterò su twitter per guadagnare così una solida verginità. Grazie a questa foto, infatti, avrò tanti follower cui comunicherò l’altro sfizio degli sfizi che dovrò levarmi nel 2012. Sarà una buona azione e sarà quella di portare Nichi Vendola a Casapound. Organizzerò lì la serata che Vendola ha promesso di fare con me a Roma e lui che è un poeta e un comandante, assai più chic del Che, esteticamente più attrezzato, in quella casa dove la fantasia si fa fornace riconoscerà il vivo fuoco del comunitarismo e il fatto in sé non potrà che costringere Michele Emiliano, il sindaco di Bari, a chiedere scusa a Padre Pio per tutte le cattiverie che ha detto contro i ragazzi del centro sociale non conforme.
Un chilo d’aragosta invece del fumo
di Silvia Dai Pra ’
I Vituperatissimi fumatori dispongono di un lusso in più: possono smettere – e non certo per accapparrarsi quindici, senili, anni di vita – che comunque passeranno lavorando – o per riconquistare la pienezza di un olfatto che sprigionerà nelle loro narici solo l’inequivocabile lezzo delle nostre città. Sottraendosi all’ennesima tassazione indiretta, le venture ex fumatrici compiranno l’unico gesto anti-age e anticellulite non solo gratuito, ma che funziona realmente; avranno una scusa perfetta per sottrarsi a impegni e a inviti poco lieti (« non fumo da due settimane, ho i nervi a pezzi!»), potranno permettersi cedimenti autolesionistici senza sensi di colpa (« ho già fatto tanto per la mia salute, ora posso richiamare quell’ex cattivissimo che però mi manca… ») nonché tutta una serie di gesti impensabili in un momento di crisi: pasteggiare una sera qualsiasi con una bottiglia di Moët & Chandon (6 pacchetti di Camel); mangiare un chilo di aragosta (16 pacchetti); andare in quel ristorante dall’aria costosissima che nessuno, di questi tempi, oserebbe avvicinare (un mese di sigarette).
Un flashmob per il papa
di Gloria Origgi
Il bello dell’essere umano sta nella sua insensata capacità di atti gratuiti, di scemenze divertenti fatte senza scopo, giusto così, per togliersi lo sfizio. Il lusso di non soccombere alla morale interessata della Natura, tutta formica e niente cicala, è proprio di sapersi levare piaceri gratuiti con enorme soddisfazione. Immaginiamo una domenica in Vaticano, a mezzogiorno in Piazza San Pietro, davanti al balcone da cui il Papa recita l ’ Angelus: improvvisare in quello splendido scenario un Flashmob: una performance insensata e divertente organizzata da un gruppo di persone che non si conoscono e poi si disperdono. Una nuova moda a poco prezzo che conquista le folle e non ha spese. Ci si organizza su Facebook: appuntamento in un luogo, con una musica e qualche passo di danza preannunciato. Chi aderisce si confonde nella folla e poi, al partire della musica, fa la sua parte con gli altri e se ne va. Allora, perché no? Centinaia di giovani confusi con i pellegrini che, sulle note di Ymca dei Village People, si scatenano sotto gli occhi del Pontefice per poi disperdersi. Nessuna richiesta, nessuna provocazione: solo il lusso estremo dell’atto inutile.
Deviare “Italo” e darlo ai Rom
di Gene Gnocchi
1. Deviare Italo su un binario morto e farlo abitare dai Rom
2. Licenziare Zamparini
3. Usare un libro della Mazzantini per tenerci dentro l’Amaretto di Saronno
Pranzo di gala esentasse
di Lidia Ravera
Lo chiamavamo « il pranzo di gala », quando mio figlio era piccolo, e prima ancora, quando, diciannovenne e già fuori di casa, ero cronicamente povera. Era un banchetto miserabile. Apparecchiato con cura manicale, in un luogo diverso da quelli deputati al nutrimento e in un ’ ora sconveniente. Pomeriggio presto, mattino tardi, notte fonda. Era una tovaglia sul selciato. L’angolo di un giardino. La vasca da bagno vuota. I tovaglioli erano di lino, ne avevo soltanto due, così come due, ma d’argento, erano le posate. Le coppe di cristallo erano di plastica, ma con un lungo stelo slanciato. Prima dell’ora convenuta toccava indossare il costume. Con il figlio piccolo, era un cravattino blu. Prima, quando il « di gala » era con G., era il gilet per lui, per me un abito lungo, che lui stesso aveva battezzato « Severina », così come io chiamavo « Edmondo » il suo vestito. Nei piatti, accostata con charme a una patata, c’era una rosa di mortadella profumata. (La “forma” non costa, ma produce: straniamento dal quotidiano. La festa è nella conversazione, sontuoso piacere mai tassato. In via di estinzione)
Basta con i libri, lunga vita ai Bit!
di Matteo Bittanti
Nel 2011 voglio liberarmi completamente di tutti gli alberi morti altrimenti noti come libri che ancora impestano la mia casa. Scannerizzandoli, ri-vendendoli a Jeff Bezos, regalandoli all’Esercito della Salvezza. Si conclude, finalmente, l’era delle tre “c”: carta colla cellulosa. Sogno segni in libertà. Parole leggere, fluide, nuvolose. Voglio liberare tutti i miei scaffali, prigionieri della brossura, ostaggi del coffee book. Auspico la fine delle librerie del regime e l’ascesa delle biblioteche pubbliche. Salviamo gli alberi dai tragici bestseller! Diciamo « no!» ai manuali di testo che pesano due tonnellate e sono già vecchi prima ancora di essere stampati! Basta al baronato accademico che alimenta un’editoria malata! La carta è lenta. La carta è statica. Anche un po ’ stitica. Dopo un po ’ puzza, come l’ospite. La lettura su carta è un lusso che non possiamo più permetterci. Lunga vita ai bit! Lunga vita agli schermi! Accesso, non possesso. Zen e l’arte della manutenzione della conoscenza. I libri e riviste sono servizi, non merci. Apri il rubinetto e l’inchiostro elettronico riempie lo schermo. Le idee viaggiano su molteplici supporti. La carta non la sopporto più.
Sul palco con Cyrano
di Massimo Fini
Sono quarantuno anni che scrivo per i giornali (più di cento, credo), ho pubblicato sedici libri e un altro è in gestazione. Non ne posso più. Vorrei tornare al teatro che ho indebitamente fatto, come autore e come attore, nelle stagioni 2004-2005 col mio Cyrano, se vi pare… Quest’anno sono stato coautore, con una delle più grandi attrici italiane, Elisabetta Pozzi, di Cassandra, una pièce che riprende i miei temi antimodernisti. Ma il mio vero desiderio è riassaporare la gioia di salire sul palcoscenico perché non c’è articolo, non c’è libro, né tantomeno Tv, che può dare l’emozione del rapporto diretto col pubblico. Mi accontenterei anche di un piccolissimo ruolo, del domestico che all’inizio entra in scena con una candela accesa in mano e dice: « Dove la metto, dove la metto questa candela?» (suscitando nel pubblico commenti irriferibili). Se c’è qualche benevolo regista che volesse darmi questo piccolo spazio, io sono qui, a disposizione.
Saturno, 30 dicembre 2011













