Ammetto di non avere sufficienti elementi per prendere una posizione sulla riforma del mercato del lavoro e sull’articolo 18. La discussione, mio malgrado, non mi appassiona. Non riesco a seguire i dibattiti sulle pensioni e sui contratti a tempo indeterminato, due argomenti che per i nostri nonni rappresentavano un’ovvietà, per i nostri padri un diritto e per noi un privilegio persino anacronistico.

Quando ci troviamo davanti alla parola ‘pensione’ spesso sorridiamo: sono pochissimi i giovani che oggi possono prendere una decisione professionale che garantisca loro un regime previdenziale dignitoso fra quarantacinque o cinquanta anni (perché nel frattempo l’aspettativa di vita potrebbe ancora crescere) e tra quei pochi c’è chi non coglie l’occasione, preoccupato di dover stabilire già oggi, in un mercato del lavoro altamente variabile e imprevedibile, quale carriera perseguire.

Anche il contratto a tempo indeterminato è, a mio avviso, un falso mito. Non credo che la massima ambizione dei miei coetanei sia poter fare lo stesso lavoro per tutta la vita. Piuttosto credo la nostra ambizione sia la stabilità. Un concetto ben diverso dalla fissità. Molti di noi accettano di giocare le loro carte all’interno di un mercato incerto, pieno di opportunità e di rischi, anche perché non conosciamo sistemi diversi da questo.

Di una cosa, però, sono convinto. Dicono che la riforma del mercato del lavoro sia necessaria per i giovani, che serva perché i padri devono rinunciare alle loro tutele per ‘trasferirle’ ai figli: non è così.

È stata già fatta una riforma del mercato del lavoro, nel 2003.  A meno che qualcuno non si senta di sostenere che Marco Biagi ha sadicamente progettato una legge che rendesse i giovani più deboli, più precari, più ricattabili, è evidente che non basta una riforma per cambiare davvero gli equilibri tra le forze sociali. Da quella legge è stato estratto il peggio (la flessibilità) e sono state ignorate le tutele. Se non c’è lavoro e c’è forte competitività sociale, è evidente che chi ha bisogno di un’occupazione corre al ribasso e accetta compromessi sempre più vincolanti. Se non ci sono regole, decide solo il mercato.

Un altro sospetto sul fatto che questa discussione sia fatta solo strumentalmente in nome dei giovani è nelle modalità del processo politico che la sta ispirando: nessuno ci ha chiesto cosa ne pensiamo. Eppure gli strumenti per la partecipazione, nei partiti, nelle organizzazioni e online ci sono. Decidono di noi, non decidono con noi.

Noi non c’entriamo niente: si scannano tra partiti, sindacati, poteri, tra vecchi e meno vecchi. Si approfitta di questo governo di tutti e di nessuno per avviare un regolamento di conti all’interno delle forze politiche e sociali che è da anni nella volontà dei protagonisti, spesso conviventi a fatica in un bipolarismo mai maturato.

La richiesta della mia generazione è una sola: equità. Vorremmo un contratto che permetta alle banche di non scappare quando chiediamo un mutuo, vorremmo uno stipendio che ci permetta di mettere i soldi da parte per la pensione che non avremo, vorremmo poter scegliere tra un contratto più tutelato e meno oneroso e un contratto più flessibile ed economicamente soddisfacente. Per farlo, servono incentivi e disincentivi alle organizzazioni pubbliche e private.

Se si parlerà d’altro, non fatelo nel nostro nome.