Giorgio Napolitano in serata, durante il discorso di Natale al Quirinale, nega che l’Italia viva una fase di “democrazia sospesa”: si tratta, come ha ammesso Silvio Berlusconi, di un’espressione da comizio anche se per il cavaliere il governo Monti resta un’anomalia.  Il capo dello Stato non accetta di sentir dire che il governo Monti ha rappresentato un tradimento della volontà popolare perché ciò comporta nuovi e aspri conflitti tra tutte le forze politiche e sociali in un momento in cui, viceversa, la chiave vincente in Europa sarebbe costituita da una dimostrazione di compattezza del nostro Paese.

“Con i festeggiamenti per i 150 anni – dichiara il Presidente – si è riaffermata la coesione e l’unità del nostro nazione e si è, in pari tempo, confermata l’artificiosità e vanità della predicazione secessionista”. Sostenuto anche dai presidenti delle Camere e dal capo del governo, offre una diversa chiave di lettura: spiega che la contrapposizione tra i partiti aveva raggiunto punte non più sostenibili. Il governo tecnico ne ha costituito l’inevitabile sbocco. Con un esito per ora molto positivo non solo sul clima girato al sereno e sul piano dell’immagine all’estero, ma anche sull’impatto tecnico della manovra che il Senato varerà prima di Natale. Il problema tuttavia è che tale manovra costituisce solo il primo tempo di una partita molto complessa il cui esito dipende anche da ciò che accadrà in Europa e sui mercati. La “fase due”, si sa, riguarderà i provvedimenti per lo sviluppo e la riforma del mercato del lavoro. E su questo fronte, il presidente della Repubblica con i sindacati non è stato meno duro che con i partiti: nel confronto sociale, ha spiegato, non c’è spazio per esasperazioni polemiche, battute sprezzanti; è anche molto pericoloso svalutare costantemente ciò che l’esecutivo fa per contrastare la crisi.

Il rischio è lasciare spazio alla piazza e alla disillusione di massa, insomma alle forze dell’antipolitica e antisistema. In altre parole, in questo momento la strada è obbligata e sarebbe suicida pensare alle elezioni anticipate o a una ripresa del conflitto sociale. Come dice Gianfranco Fini, si tratta di discutere la riforma del mercato del lavoro e il famoso problema dell’art. 18 (che tutela i lavoratori contro il licenziamento) in modo laico aprendo un confronto senza pregiudizi. Al negoziato deve certamente dare un contributo l’eterogenea maggioranza che sostiene Monti. Pdl, Pd e terzo polo hanno raggiunto per ora un tacito patto di non aggressione, ma sono lungi dall’aver individuato il terreno di un accordo di più ampio respiro, tale da garantire al governo del Presidente di giungere fino al 2013.

I dubbi restano e in particolare hanno lasciato il segno le defezioni di quei parlamentari che non hanno votato la manovra a Montecitorio: un segnale di quanto potrebbe accadere in futuro? Alfano, Bersani e Casini sono al lavoro per disinnescare la miccia: tutti e tre hanno bisogno di tempo per prepararsi all’ appuntamento elettorale 2013 e una crisi scompaginerebbe i loro piani all’interno dei rispettivi partiti. E’ chiaro che una profonda riforma del mercato del lavoro, della legge elettorale, il taglio del numero dei parlamentari sono passi che si compiono solo tutti insieme e anche con un costo non indifferente in termini di consensi. Ma perchè il cammino possa procedere, è necessario che anche Berlusconi cessi il suo stop and go nei confronti del premier, con professioni di lealtà inframmezzate da critiche alle tasse “spropositate” e ai pericoli di recessione per carenza di sviluppo (sul quale il suo governo non era stato meno carente). Così come che si chiarisca il tormentato rapporto con Umberto Bossi: il cavaliere si rifiuta di parlarne per l’ovvia delicatezza del momento, ma il fatto che Calderoli insista nel dire che “la democrazia non c’è più, ostaggio delle banche e dei poteri forti” getta un’ombra sul dialogo con il governo alla vigilia di un incontro chiarificatore a palazzo Chigi tra Monti e Berlusconi.

Del resto gli altri contraenti del patto di salvataggio, Pd e Udc, non hanno problemi minori. L’alleanza di Vasto non era sostenibile, commenta Rutelli, ma i democratici rischiano un’ emorragia a sinistra. Lo stesso terzo polo sembra pensare a un “rassemblement repubblicano”, come ha dichiarato Fini, che peschi sia nel Pdl che nel Pd e ciò alla lunga potrebbe logorare la base del governo tecnico.