L’Irisbus di Valle Ufita ha chiuso. Dopo quattro mesi di dura lotta, 685 lavoratori e lavoratrici dello stabilimento del gruppo Fiat tornano a casa. Avranno per due anni la cassa integrazione straordinaria. E poi, il buio pesto. Nessuno sa, nessuno risponde alle loro domande sul futuro dello stabilimento. Non c’è alcuna certezza di reindustrializzazione del sito.

I lavoratori hanno resistito eroicamente per 120 giorni. Li trovavi ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, con o senza pioggia, davanti ai cancelli della loro fabbrica, dandosi il cambio, facendo assemblee, distribuendo volantini, protestando contro la chiusura. Non volevano accettare la decisione della Fiat, del 14 settembre scorso, di dismettere completamente lo stabilimento. Considera(va)no il loro lavoro all’Irisbus – con orgoglio! – la loro vita, ciò che gli restituiva dignità e che garantiva ai loro figli un futuro.

Invece, l’Irisbus l’hanno chiusa. Probabilmente per sempre. Grazie anche agli accordi siglati dai sindacati. Ai lavoratori non resta che un presente di sacrifici e un futuro di povertà, oltre che l’amarezza e lo sconforto per una battaglia persa, tradita. Ma conservano, nel contempo, anche la consapevolezza per la sedimentazione di un’organizzazione autonoma, di un’unione forte tra di loro (lavoratori dell’Irisbus e di altre aziende), che la sconfitta di oggi forse non potrà cancellare facilmente.

E’ questo, infatti, ciò che si evince dalle parole dure e rabbiose, ma anche piene di profonda umanità, di Rossella Iacobucci, lavoratrice, che nella lotta dei lavoratori della Irisbus aveva partecipato e ci aveva creduto, con tutta se stessa. La sua lettera, pubblicata prima su facebook e poi ripresa da alcuni siti, vi propongo di leggerla qui oggi, affinché ci aiuti a riflettere seriamente sulle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese.