Navigo su internet, leggo i post, gli status e i tweet dei social network, sfoglio i giornali, guardo i tg, ascolto la gente in treno e in fila dal dottore, scambio quattro chiacchiere con amici, colleghi e conoscenti. E non fa che tornarmi alla mente l’inizio di Io e annie, il capolavoro di Woody Allen, quando il protagonista racconta la storiella delle due vecchiette.

Eccola qua. Ci sono due vecchiette ricoverate in un pensionato per anziani, e una di loro dice: “Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena”. E l’altra: “Sì, è uno schifo. E poi che porzioni piccole!”.

Ecco. Riguardo alla situazione politica italiana, mi sembriamo tutti, o quasi tutti, come quelle due vecchiette. Fino a qualche settimana fa, qualsiasi cosa era meglio del governo Berlusconi. Poi Berlusconi si dimette e Napolitano forma un nuovo esecutivo. Ma pure questo non va bene. È pieno di amici delle banche, tecnocrati che hanno contribuito a costruire il sistema che ci ha portato fino a questo punto. Mario Monti, dicono in tanti, farà gli interessi dei poteri forti: ci tartasserà e basta (vedi “il mangiare fa pena”). E uno, se li sta a sentire, finisce per annuire.

Poi il telegiornale dice che Piazza Affari va sempre più a picco e lo spread continua a salire, gli analisti lanciano l’ennesimo allarme default e a quel punto tutti giù a lagnarsi che Monti dovrebbe darsi una mossa (vedi “e poi che porzioni piccole”). Perché se c’è il default uno rischia di dire addio ai soldi che ha sul conto corrente (per quanto pochi) o nei titoli di stato, di perdere il lavoro (se ce l’ha), di non trovarlo ancora per molto tempo (se non ce l’ha), di non poter più far fronte al mutuo (con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare), eccetera eccetera.

Da una parte ci sono le legittime aspirazioni di chi ormai è stufo di questo folle sistema capitalistico-finanziario governato (governato?) dai fantomatici mercati. Dall’altra l’altrettanto comprensibile preoccupazione di perdere anche quelle poche sicurezze rimaste. Questo conflitto ci sta rendendo tutti un po’ psicotici e dissociati, ogni giorno un po’ di più. Ed è a questo punto che mi viene in mente un altro film, stavolta di Ken Loach: Bread and Roses.

È il film che ha reso popolare lo slogan adottato dalle operaie tessili di una fabbrica del Massachusetts in un famoso sciopero del 1912. Erano per lo più donne immigrate, costrette a lavorare a condizioni disumane, con orari, carichi di lavoro e trattamento da campo di concentramento nazista. Presero in prestito un verso del poeta James Oppenheim gridando: “We want bread, but we want roses too!”. Vogliamo il pane, ma anche le rose. Non solo vogliamo poter vivere con dignità, ma anche essere trattate con gentilezza e riguardo.

Ecco. Invece di continuare a comportarci come le vecchiette di Woody Allen, potremmo forse prendere esempio dalle filatrici americane. Siamo noi stessi invischiati e compromessi fino al midollo con l’attuale sistema, pur essendo un sistema che ci piace sempre meno. Da questo abbiamo accettato un lavoro, gli abbiamo affidato i nostri risparmi, ci siamo indebitati per l’automobile e la casa. E adesso ci serve, praticamente, come il pane. Allo stesso tempo, però, possiamo certamente pretendere di essere trattati con giustizia, equità e gentilezza, visto che senza di noi il sistema crollerebbe. Spread and Roses, insomma.

Se invece lo vogliamo proprio far crollare, se quello è lo scopo che ci prefiggiamo, è tutto un altro paio di maniche, e non è detto che non ci si possa ragionare seriamente. È un orizzonte che, personalmente, non rigetto a priori. Se qualcuno ha delle idee su possibili alternative, realistiche e sostenibili, le ascolto volentieri. Ma, ammesso che ce ne siano, ci dovremmo comunque preparare ad accettare e affrontare le inevitabili conseguenze di quel crollo e a chiederci, come ha fatto Andrea Pomella qualche giorno fa, se in un prossimo futuro saremo ancora capaci di essere poveri. Dall’onestà della nostra risposta forse non dipenderanno il destino e le sorti del sistema. Ma della nostra salute mentale, magari sì.