Tutto si potrebbe dire, e si è detto, del premier russo Vladimir Putin, ma fino ad oggi non era ancora stato esaltato il suo impegno internazionale a favore della pace nel mondo. La controversa immagine e la fama da soft dictator dell’ex agente del Kgb, che regna sulla Russia come un nuovo zar, non sembra però aver fatto alcun effetto sul China International Peace Research Centre, l’associazione culturale cinese che gli ha conferito il Confucian Peace Prize Award come peacemaker of the year.

Martedì è stato annunciato l’atteso vincitore del premio. Alla base della decisione della sconosciuta associazione con sede a Hong Kong sarebbe il ruolo di Putin, definito “fondamentale per la pace mondiale” – facendo particolare riferimento alle sue critiche della missione Nato in Libia. Il vincitore del Confucian Prize è stato scelto tra una rosa di nomi nella quale figuravano importanti personalità tra cui Angela Merkel, Bill Gates, l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, l’attuale presidente sudafricano Jacob Zuma. Gli organizzatori hanno voluto istituire questo riconoscimento, giunto quest’anno alla seconda edizione, per “promuovere la pace mondiale dal punto di vista dell’Est”. Alla prima edizione, lo scorso anno, non presenziò proprio il vincitore, l’ex vicepresidente di Taiwan Lien Chan, scatenando la furia del ministero della cultura cinese che tagliò ogni legame con l’organizzazione.

Non è ancora chiaro se Putin sia al corrente del premio conferitogli. Gli organizzatori hanno fatto sapere di aver contattato l’ambasciata russa, ma senza esito. Rimangono gli interrogativi in merito al metro di giudizio applicato dall’associazione che ha portato a scegliere proprio il premier russo – a capo di un paese definito in un cablo americano uno “stato-mafia”. Di certo Putin è “apprezzato” nel suo paese. Secondo un sondaggio condotto dall’agenzia russa Levada Center, la popolarità di Putin in patria era arrivata nel 2007 ad un plebiscitario 81 per cento – grazie a una stretta sull’informazione e ad un’imponente campagna mediatica di culto della persona fatta di stunt propagandistici ritratti da onnipresenti fotografi.

Le immagini che hanno fatto il giro dei media mondiali ritraggono, tra gli altri, Putin mentre cura una tigre nella foresta, Putin a caccia, Putin che taglia la legna – rigorosamente a torso nudo – Putin che nuota nelle gelide acque di un lago siberiano – rigorosamente a delfino. Solo pochi mesi fa, il Premier russo veniva immortalato senza casco alla guida di una Harley Davidson in occasione di un raduno di biker a Sevastopol, Ucraina, e prima ancora, mentre proiettava a terra un avversario in un incontro di judo. Il riconoscimento del Confucian Peace Prize non cancella però il curriculum internazionale della Russia sotto il putinismo, caratterizzato dal pugno di ferro con cui sono stati affrontati conflitti e crisi.

Nell’ultima decina d’anni, la Russia ha combattuto guerre sanguinose in Cecenia e in Georgia, attirando critiche da organizzazioni come Human Rights Watch per le violenze e la violazione dei diritti umani. Ed è ancora vivo il ricordo del tragico epilogo delle due grandi operazioni militari di recupero ostaggi, al teatro Dubrovka di Mosca nel 2002 (oltre 150 vittime) e, due anni più tardi, la strage della scuola di Beslan, in Ossezia, in cui morirono quasi 400 persone tra cui moltissimi bambini.

Anna Politkovskaja, giornalista della Novaya Gazeta uccisa nel 2006 e molto critica di Putin, scrisse in un articolo su Beslan: “Stiamo ricadendo in un abisso sovietico, in un vuoto dell’informazione che crea morte dalla nostra stessa ignoranza. “Per chi vuole lavorare come giornalista, (l’unica strada) è il servilismo totale a Putin. Altrimenti, si rischia la morte, i proiettili, il veleno, i processi – qualunque azione i nostri servizi segreti, cani da guardia di Putin, ritengano più adatta”.