Vedendoli tutti e due protagonisti, alla Camera, proprio ieri, uno morigeratamente calvo, e l’altro soavemente cotonato. Vedendoli entrambi in scena, uno in tribuna e l’altro in platea, era impossibile non osservare il cambio di epoca che stiamo vivendo: si passa dal governo del Bunga Bunga al governo del Letta-Letta.

Quello che sta accendendo i motori è un governo che gira con un hardware tecnocratico (il programma di tagli e riforme ancora parzialmente coperto) e con un software postdemocristiano (il sapere antico e raffinatissimo, che ha permesso lo sbullonamento della vecchia maggioranza grazie al risveglio dei guerrieri di terracotta dello scudocrociato in sonno nel Pdl).

Sta di fatto che il governo Monti fonda la sua solidità sull’inchiavardatura bipartisan fornita dai due padrini e garanti, a destra e a sinistra: da un lato il delegato all’amministrazione delle cose di governo di Bersani, Enrico, e dall’altro quello di Berlusconi, Gianni.

Oppure: il Letta-di-sopra (in questo caso Gianni) e il Letta-di-sotto (Enrico) così denominati per la geometria che hanno disegnato in Aula ieri: il primo sul loggione, l’altro sotto il livello degli scranni ministeriali, immortalato dalla salvifica perizia del fotografo che ci ha restituito il testo integrale del cruciale bigliettino inviato al premier.

“Mario dimmi te”. Le sedute parlamentari hanno questo di bello: prima o poi ti restituiscono sempre una immagine-verità. Ieri, il cortocircuito simbolico che ha fotografato l’alchimia costitutiva del nuovo governo, era racchiuso da questa iconografia quasi euclidea (un triangolo isoscele Letta-Monti-Letta) e da due problemi politici: il primo è quello che quel bigliettino del Letta-di-sotto a Monti ha documentato demolendo le barriere architettoniche del “retroscena”. Il secondo è quello che le parole mielose del presidente incaricato dedicate all’eminenza azzurrina hanno rivelato, rendendo intuibili le ragioni di un salamelecco così solenne. Da un lato le apprensioni del Pd, dall’altro le necessità di rassicurazione del Pdl.

Così occorre partire dal testo, quasi poetico, del Letta-di sotto nel suo pizzino a Monti: “Mario – scrive Enrico Letta – quando vuoi, dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice), sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico”.

L’attack e i marziani. Enrico Letta è una persona civile, perbene, e anche simpatica. Quindi l’entusiasmo di questo messaggio neofitico non è una finzione, ma un sentimento di autentico trasporto. Mentre la rassicurazione richiesta a Monti è insieme la spia di un malessere e del limite strutturale del nuovo esecutivo: nel cielo iperuranio ci sono i ministri tecnici, con il loro modo di fare “marziano” e la loro autonomia (anche troppa vista la gaffe del neoministro Clini sul nucleare). Nelle stive della nave, invece, c’è il corpaccione dei parlamentari commissariati, che devono assicurare il consenso pressoché unanime, ma che vanno coinvolti. In mezzo non c’è ancora nulla.

Così il problema di queste ore, è questo: l’asse Letta-Letta deve garantire la solidità dei corpi celesti intermedi, sottosegretari e viceministri, i “Vice”, appunto. Ovvero gli unici che possono impedire il distacco fra il cielo iperuranio del governo, e il girone infernale dei peones e dei politici di rango, declassati a portatori d’acqua.

Il secondo problema politico è il coinvolgimento del Pdl. Ed era fin troppo evidente nelle parole dedicate da Monti al Letta-di-sopra: “Sia ieri che oggi una persona che so essere molto rispettata da tutti mi ha usato la cortesia di essere presente in tribuna. Mi riferisco al dottor Gianni Letta”.

La parata del Silvio minore. L’aula applaude a lungo, più di quanto abbia fatto sul ringraziamento a Berlusconi. Monti fa addirittura un cenno di saluto verso la tribuna: “Letta ha ricevuto in questi giorni apprezzamenti più elevati del mio, ma mi permetto di associarmi a queste espressioni”. Se l’impalpabile atmosfera pre-inciucista aveva bisogno di un segno di distensione fra gli eserciti, quel gesto lo era.

Il secondo, poi, è stato clamoroso. Appena inizia il voto, Berlusconi si alza. Si avvicina quasi di soppiatto ai banchi di governo. Stringe la mano al primo ministro della fila. Poi al secondo. Al terzo. Quindi a Passera, subito dopo a tutti quelli della seconda fila. E infine a Monti. Era lo stesso Berlusconi che diceva: “Stacco la spina quando voglio?”. Ieri Letta ha cambiato l’umore del leader, e Monti lo ha risarcito dell’ombra dell’inchiesta dei farmaci Menarini che forse lo ha fermato sulla soglia dell’esecutivo.

Un supporter del governissimo, Bruno Tabacci, ricorda la chicca di un precedente storico dimenticato: “Nel 1982 doveva iniziare il cammino del governo-mai-nato di Marcora. Il governo ‘modernizzatore’, un altro parto di origine varesina. Lo sai chi erano i giovani sostegni di quel governo? Baldassarri. Poi il sottoscritto. E quindi un giovane di sicuro avvenire: Monti”.

Poco distante, in un altro capannello, uno dei più lucidi analisti del Transatlantico, il piddino (ma anche lui ex Dc) Gigi Meduri, cesella una ipotesi: “Pensateci: se il Gianni-di sopra – dice alzando gli occhi al cielo – fosse il prossimo senatore a vita nominato, il governo avrebbe vita più facile”.

Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2011