Conoscete il Chelsea Hotel? Quello di New York s’intende, un luogo frequentato da alcuni dei personaggi più creativi al contempo più autodistruttivi del mondo. Ecco, se lo conoscete, cominciate “a fare memoria”. Proprio quest’anno a causa dei costi eccessivi di manutenzione è stato venduto. Sarà probabilmente ristrutturato per diventare un hotel di lusso. Questo è quanto.

Più che un albergo “Il Chelsea” passava per essere “La Casa” dove la libertà dello spirito, la tolleranza delle diversità, facevano il palo con l’arte e la creatività. Insomma, un rifugio ideale per tutti gli artisti, talentuosi e non. Testimone d’eccezione  di quel periodo e di quell’hotel è sicuramente Patti Smith, tanto che in Just Kids scrive: “Era un disperato, vibrante rifugio per mendicanti con la chitarra, poeti, drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi”. E conclude dicendo: Chiunque passava da lì era qualcuno e nessuno nel mondo là fuori”.

Capito l’andamento? Non era un albergo qualunque, ma a tutti gli effetti un posto da ricordare e se possibile da celebrare. Ed è proprio quello che deve aver pensato Massimo Cotto nel concepire Chelsea Hotel, ovvero un reading poetico/musicale che ha debuttato in prima nazionale mercoledì scorso presso  il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia. Il giornalista, supportato da Mauro Ermanno Giovanardi – storica voce dei La Crus – e da Matteo Curallo alle chitarre e al piano, prima di cominciare ha tracciato le coordinate della serata: “Al numero 222 della 23sima strada, tra la settima e l’ottava avenue, dal 1883 sorge un edificio che in origine era un condominio e poi è diventato un albergo; no, ”L’Albergo!”: Il Chelsea Hotel – conclude il giornalista –  ha chiuso le sue porte da poco ma non smetterà mai di essere un mito per tutti quelli che sono passati di lì.

E allora che cosa resta? Rimangono le storie, vere e proprie testimonianze di un tempo divenuto eterno. Rimane soprattutto la voglia di raccontare il lascito di un’epoca tristemente consumata, almeno quanto la moquette rossa di quei corridoi, ora percorribili attraverso il sogno di una serata finita dentro i cassetti della memoria.

Allacciate le cinture di sicurezza e mettetevi comodi, si parte.

Sono i numeri delle stanze a scandire la durata del viaggio; dentro “la 100”, ad esempio, si consuma la storia d’amore tra Sid Vicious e Nancy Spungen. A fare la differenza, la morte della ragazza. Ci piace pensare che non sia stato il bassista dei Sex Pistols, ma la verità rimane, ai giorni nostri, uno dei tanti misteri irrisolti del Chelsea.

Quindi, anziché bussare, conviene proseguire, magari incappando “nella camera 103”: altro sogno oppure altro incubo? Qualunque cosa sia, appartiene a Edith Piaf, ospite ad honorem dell’hotel ma soprattutto monumento della canzone francese. Una vita, la sua, governata dalle limpide traiettorie della sfortuna; come risaputo, essa si manifesta quando vuole ma con precisione assoluta.

Salendo le scale, le fattezze di un androne oscuro e cieco inquietano: a mitigarne l’effetto, ci pensano i toni soffusi di Dancing Barefoot, restituita attraverso il canto caldo di Giovanardi, perfetto nella parte e crooner indiscutibile nel confutabile panorama della musica italiana attuale.

Poco più in là c’è “la 203”, ovvero un optional ad esclusivo appannaggio di Artur Miller, così come “la numero 411”; dietro quella porta Janis Joplin e Leonard Cohen hanno fagocitato le proprie passioni, assecondando gli istinti di una notte, da consegnare ai tenutari di un futuro impossibile. Tra questi, vi era certamente Robert Mapplethorpe, che assieme a Patti Smith visse “nella 1017” i momenti più felici della sua breve esistenza. Quelle mura racchiudono il seme di un amore unico, fuori dalle convenzioni ma non per questo meno vero.

Io lavoro al bar di un albergo a ore e porto su il caffè a chi fa l’amore” – canta nel frattempo Giò, restituendo intatto il pathos della canzone originale, interpretata da Herbert Pagani.

In quelle camere è capitata pure la signora Ciccone, in arte Madonna; “a processo di santificazione non ancora avvenuto”, faceva il bello e il cattivo tempo con Basquiat, amico fragile di tante battaglie, morto anch’egli prematuramente.

In random al Chelsea Hotel hanno lasciato il segno anche Bob Dylan, Joni Mitchel, Edie Sedgwick, Lou Reed, Andy Warhol, Stormeé de Larvieré, Charles Bukowski, Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Arthur C.Clarke. Impossibile citarli tutti, trattasi di una lunga seria di personaggi che in verità, il segno, l’hanno lasciato nelle nostre esistenze.

“La fine del viaggio” coincide con la scoperta che anche Massimo Cotto ha dormito al Chelsea Hotel e, come tutti coloro passati da lì, qualcosa da raccontare ce l’ha. Non vi rivelerò che cosa: provate a scoprirlo seguendolo, consci del fatto che “viaggiare”, a volte, vuol dire scoprirsi, magari lasciandosi consumare dal lascito delle altrui esistenze ma anche e soprattutto dalla propria.

9 canzoni 9 … per quello che resta

Lato A

Crystal Ship • The Doors

Vicious • Lou Reed

Allelujah • John Cale

On the Beach • Neil Young

Lato B

Chelsea Hotel no. 2 • Leonard Cohen

Somebody to Love • Jefferson Airplane

Chelsea Morning • Joni Mitchel

Sad Eyed Lady Of The Lowlands • Bob Dylan

Cry Baby • Janis Joplin