Il Corriere della Sera lo definisce “il faccendiere amico dei politici”. In effetti Pierangelo Daccò, detto Piero, di rapporti ne ha davvero molti: da Comunione e Liberazione passando per i ras della sanità lombarda fino al presidente della Regione Roberto Formigoni. Ma oltre alle amicizie quello che stupisce è la galassia di affari e attività: un vero e proprio labirinto di finanziarie e holding fra la Svizzera e i paradisi fiscali ai tropici.

Da ieri Daccò si trova in carcere perché ritenuto uno dei protagonisti del sistema di sovrafatturazione che ha portato al quasi-crack dell’ospedale San Raffaele su cui sta indagando la procura di Milano. Oltre che sul “buco” di un miliardo e mezzo di euro, le toghe stanno cercando di ricostruire il sistema che avrebbe portato alla creazione di fondi neri.

Nato come imprenditore di servizi sanitari, cresce e fa fortuna nell’ambiente di Cl. Il suo mentore è stato Michele Colucci, il socialista a capo del sistema ospedaliero locale durante gli anni novanta. Nel 97 fu tra gli sponsor di Renato Botti ai vertici della sanità lombarda, lo stesso che poi diventerà direttore generale del San Raffaele. La figlia, Erika Daccò, è sposata con l’assessore regionale alla Cultura Massimo Buscemi anche lui in quota Cl.

Secondo gli inquirenti, il faccendiere sarebbe una sorta di “ufficiale di collegamento” fra la struttura fondata da don Luigi Verzè, anche lui indagato per concorso in bancarotta, e i vertici della politica lombarda. Come svela il quotidiano di via Solferino, i pm stanno cercando di ricostruire il sistema in cui Daccò avrebbe avuto un ruolo di primo piano: la Fondazione San Raffaele-Monte Tabor paga più del dovuto i suoi fornitori che in un secondo momento restituiscono parte della somma in contanti. E’ così, secondo la procura, che la fondazione si sarebbe procurata enormi quantità di denaro nero che Mario Cal, ex braccio destro di don Verzè suicidatosi a luglio (durante i giorni della bufera giudiziaria), avrebbe consegnato a Daccò. I suoi rapporti con il colosso ospedaliero, sono documentati nelle pagine dell’agenda del manager suicida e sembrano dimostrare gli streii rapporti fra l’uomo e la holding che amministra la struttura, nonostante non abbia mai ricoperto nessun incarico formale all’interno del San Raffaele. “Quando i vertici dell’ospedale trattavano con lui – scrive il Corriere il 25 luglio, pochi giorni dopo il suicidio di Cal – sapevano bene che era la longa manus degli uomini della Regione”.

Al momento documenti che mettano nero su bianco il passaggio di denaro non ce ne sono, ma c’è la Iuvans International, società a lui riconducibile con sede a Lugano (città dove il faccendiere, nonostante la casa a Lodi e la residenza a Londra, ha il suo ufficio) che avrebbe intrattenuto per anni “ambigui rapporti d’affari” con l’ospedale milanese. La Iuvans è controllata dall’omonima holding olandese (che per anni ha avuto come socio Antonio Simone, ex assessore regionale lombardo alla Sanità) e fa capo alla Silver Age Investiments di Curacao, che a sua volta è rifornita di bigliettoni da un’altra società finanziaria: la King Ross International di Panama.

Un sistema di scatole cinesi che sta complicando non poco la vita ai tentativi degli investigatori di ricostruire le triangolazioni con l’ospedale di don Verzè: per il momento ci sono 3 milioni e mezzo di euro che Daccò avrebbe sottratto per i quali si trova indagato. Forse qualche elemento in più uscirà dalle perquisizioni che gli uomini della Guardia di Finanza stanno effettuando nei due yacht del faccendiere ormeggiati ad Ancona e e Lavagna  e negli uffici della società di revisione Argos, depositaria delle società estere di Daccò.

Come l’acquisto di un jet. Un’operazione, mediata ovviamente da Daccò, che sarebbe costata un patrimonio alla Fondazione Monte Tabor. “Quell’aereo è stato pagato più del suo valore”, scrive il Corriere citando alcune fonti interne all’ospedale. Sarebbe interessante sapere che fine ha fatto quella cifra.