E adesso a Mario Monti non resta che mettersi seduto coi suoi amici professori per rivoltare l’Italia come un calzino: “Ha parlato di un programma importante con molti sacrifici”, ha sostenuto un entusiasta Francesco Nucara dopo averlo incontrato ieri. Le indiscrezioni di questi giorni sono abbastanza indicative: il premier incaricato intende muoversi subito per garantire davvero il pareggio di bilancio nel 2013 e un pezzo delle riforme chieste dall’Europa. Gli strumenti scelti, dicono fonti politiche, sono due: un decreto e un disegno di legge. Ammesso che non finisca schiacciato dai veti incrociati, i contenuti sono quelli di cui tutti parlano da mesi: una patrimoniale di cui non è chiara l’entità, una sostanziosa revisione al rialzo delle rendite catastali degli immobili (escludendo quelli necessari alle imprese), la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa e un nuovo intervento sulle pensioni. Qui la faccenda si fa complicata. Monti è orientato ad anticipare la soglia del 2026 per le pensioni di vecchiaia a 67 anni, ma il nodo vero sono i trattamenti di anzianità: si va dall’anticipo di “quota 100” (65 anni + 35 di contributi) al 2013, escluso chi ha quattro decenni di versamenti, fino ad una proposta tipo Pd (età minima 62 anni e poi incentivi per chi resta al lavoro e disincentivi per chi lascia).
IL PROBLEMA vero per l’ex commissario Ue è la famigerata legge delega su assistenza e welfare: se entro settembre 2012 non si approva una riforma che tagli 20 miliardi a regime (su 165 totali), scatta la mannaia del taglio lineare di un quinto di tutte le agevolazioni fiscali. Un massacro che non sarà facile evitare visto che – tenendo conto anche della minor crescita prevista per il 2012 – presuppone una nuova manovra da 25-30 miliardi. Potrebbe aiutare in questo senso il concordato fiscale con la Svizzera (loro pagano le imposte di chi nasconde i capitali lì, ma si tengono il segreto bancario), che potrebbe valere fino a 10 miliardi una tantum e una cifra non disprezzabile tutti gli anni. Aleggia ancora nell’aria – l’aveva citata come clausola di salvaguardia il vecchio governo – pure un ulteriore aumento di un punto dell’Iva per le due aliquote più alte. Quanto al resto, Comuni e regioni dovranno probabilmente disfarsi di un bel po’ delle loro migliaia di società, a partire da quelle che gestiscono i servizi pubblici locali (esclusa l’acqua), così come tempi duri s’annunciano per i mercati chiusi: professioni, energia, assicurazioni, etc. Proverà a non farsi mancare, il professore, nemmeno qualche provvedimento popolare come il taglio dei costi della politica (province, stipendi, vitalizi) o la lotta all’evasione e alla burocrazia, mentre il nodo dei licenziamenti dovrebbe essere rimandato ad un secondo momento. L’uomo della Bocconi – o della Trilateral, per chi preferisce – ha però un problema grosso: non diventa premier di un paese allegramente frivolo fino a ieri, ma di una nazione che nell’ultimo anno e mezzo ha subito manovre (recessive) per 140 miliardi di euro, oltre due terzi dei quali arrivati da quelle estive. Un’enormità drenata in gran parte dal lato delle entrate e che non ha ancora inciso fino in fondo sulle tasche dei cittadini: l’aumento dell’Iva al 21 per cento, i ticket sanitari, le accise sui carburanti, il bollo sul portafoglio titoli e le operazioni di money transfer, l’aumento delle tasse locali e la tassa straordinaria del 3 per cento per chi dichiara più di 300 mila euro, il contributo di solidarietà per gli statali da oltre 90 mila l’anno e lo slittamento del Tfr per tutti, oltre all’aumento dell’Ires sulle società energetiche che rischia di trasferirsi in bolletta.
E POI C’È IL BLOCCO del turn over nel pubblico, quello degli investimenti per mancanza di fondi e quella bazzecola del fatto che non riusciamo a produrre ricchezza sufficiente a mantenere il sistema: far fuori il Cavaliere, alla fine, è stato il meno.
da il Fatto Quotidiano del 15 novembre 2011













