Grande agitazione per la riunione alla stazione Leopolda di Firenze convocata da Matteo Renzi. Il nuovo che avanza, lo svecchiamento, il rinnovamento generazionale. Eppure leggendo alcuni dei suoi punti, raccolti e impaginati col computer di Giorgio Gori, si capisce come si tratti di idee non solo vecchie, ma afflitte da un provincialismo imbattibile. Parlando della ricerca e del suo finanziamento, ad esempio, Renzi (o chi per lui) scrive:

45. Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital. Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche. Il fondo sarà gestito da un comitato esecutivo in carica per almeno 7 anni, costituito per 1/3 da professori impegnati nella ricerca a livello internazionale, per 1/3 da membri della comunità finanziaria esperti di project finance e venture capital, e per 1/3 della Comunità europea.

A parte che la Comunità europea non esiste più, ma esiste l’Unione europea (e in un programma politico, destinato a “girare”, questa differenza non è da sottovalutare), cosa significa “al di fuori delle contingenze politiche”? E poi chi dice che un professore impegnato nella ricerca nazionale sia meno valido, a seconda del settore, di un professore impegnato nella ricerca internazionale (si pensi a uno storico dell’arte…). Infine, sappiamo cosa è un’operazione in venture capital? Sembra di no. Si tratta di un’operazione di investimento ad alto rischio, destinata a finanziare un’impresa con collocamento sicuro sul mercato ma con scarsa liquidità. Applicarlo alla ricerca significa finanziare non la ricerca di base, fondamentale, bensì la ricerca applicata; far questo con soldi pubblici significa ribaltare semplicemente le priorità, dando soldi solo a ciò che può rendere un profitto in tempi brevi. Sarebbe meglio riflettere sulle caratteristiche delle diverse famiglie della ricerca scientifica, prima di pensare a misure inapplicabili o applicabili solo in parte.

75. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche […], garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
Puzza di fondazione per il merito della Gelmini. E apre la strada a un aumento indiscriminato delle tasse universitarie.

76. Premio ai laureati meritevoli da investire in formazione. I laureati con 110 e lode e la media ponderata superiore al 28,5 ricevano un bonus di 2.000 euro da investire in formazione, in Italia o all’estero, in programmi di studio riconosciuti.
Media ponderata? Rispetto a cosa? Di solito si fa la media aritmetica e basta. Inoltre il fattore reddito deve sempre essere previsto. Al figlio brillante del benestante regalo libri e sconti per i musei, al figlio brillante del poveraccio regalo non 2.000, ma 4.000 euro da spendere come vuole per la sua formazione. E non gli faccio pagare rette universitarie.

77. Regolamentazione dei contratti di lavoro per gli studenti.
Esiste già, a Milano Statale si chiama apprendistato d’ateneo e prevede la possibilità di accumulare Cfu svolgendo un anno in azienda, con salario di inserimento. Le aziende lo schifano e preferiscono gestirsi gli stages, che gli offrono più possibilità di ‘mobilità’ di personale.

80. Valutare le Università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori. […] I dipartimenti universitari che reclutano male devono sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi. L’obiettivo è avere una comunità scientifica meno provinciale, che esporta idee, e attrarre talenti.

Il principio non è chiaro: cosa significa “indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta”? Chi pubblica di più è più bravo? Ecco un modo per ingrassare le case editrici minori specializzate nel pubblicare papelli senza alcun valore scientifico. Gli esperti internazionali “fuori dai giochi” semplicemente non esistono: la pubblicazione della produzione scientifica è ormai concentrata nelle mani di tre editori che detengono il 42% della pubblicazione scientifica facendola pagare carissima, ma di questo nessuno parla (di certo non ne parla Renzi). La mania per l’internazionalizzazione è, questa sì, tipica di un provincialismo che non ha mai messo piede in un dipartimento universitario e ragiona per stereotipi.

82. Abolizione del “valore legale” del titolo di studio.
Assolutamente no! Ci provano da anni ed è il cavallo di battaglia del governo di destra…

85. Ebook per tutti.
Evidentemente non si conosce www.liberliber.it, che esiste da almeno un ventennio…

di Piero Graglia (Rete29Aprile)