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Lavoro & precari | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 27 ottobre 2011

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Malpensa, accuse (e inchieste) sulla Cargo city
“Precariato selvaggio, ricatti e caporalato”

La procura di Milano indaga sulla cooperativa "La Corsica", sospettata di pagamenti fuori busta, fatture false, creazione di fondi neri. I lavoratori sono pronti allo sciopero: "Enac e Sea fanno finta di non vedere, siamo operai di serie B"

Pagamenti fuori busta, fondi neri e accuse di caporalato. Le indagini delle procure di Milano e Busto Arsizio aprono uno squarcio su quella che dovrebbe essere l’isola felice dell’aeroporto di Malpensa. Dovrebbe essere, ma non è. Perché la Cargo city, a differenza dello scalo passeggeri, fa segnare numeri in forte crescita (nel 2010 sono transitate 422mila tonnellate di merci, con un incremento del 26,6%) ed è una voce decisiva per gli utili di Sea, la società che gestisce i due aeroporti milanesi. Eppure i suoi lavoratori sono pronti a scioperare, “perché – spiega il sindacato Cub Malpensa, che rappresenta oltre la metà degli operai – qui non esistono regole e gli enti che dovrebbero controllare sulla regolarità del lavoro, cioè Enac e la stessa Sea, girano alla larga dall’area Cargo”.

Le società che hanno in gestione lo scalo merci sono due, Argol e Alha, ed entrambe hanno appaltato a cooperative esterne l’intero comparto. E’ a questo livello della filiera che emergono i problemi. Le cooperative si avvalgono di personale esterno, che non è soggetto alle regole di Sea. La coop “La Corsica” (che lavora per Alha e ha 280 soci-dipendenti), è al centro di un’indagine della procura di Milano, coordinata dal pm Maria Teresa Latella, che ha autorizzato la Guardia di Finanza a effettuare una serie di verifiche fiscali a partire dal 23 giugno 2010. Dal verbale dei finanzieri emerge la conferma dei sospetti: fatture su operazioni inesistenti e pagamenti in nero di circa la metà delle ore lavorate, con il sospetto della creazione di fondi neri.

Nelle 148 pagine del verbale, le Fiamme gialle contestano violazioni fiscali per circa 15 milioni di euro. Numeri da capogiro. Ad esempio nell’anno fiscale 2007, figurano 161mila euro di ricavi non dichiarati, 5 milioni e 500mila euro di costi non deducibili, 287mila euro di Iva dovuta e bem 9 milioni e mezzo di valore della produzione non dichiarato ai fini dell’Irap. Viste le “numerose e reiterate irregolarità di natura contabile rilevate”, i finanzieri hanno messo sotto la lente d’ingrandimento anche i principali fornitori de La Corsica: le ditte individuali “Carlo Lucchese” e “Aldo Rizzotti” che si sono rivelate due “cartiere”, ovvero società il cui unico scopo è quello di produrre fatture false.

Tuttavia è la struttura stessa di “cooperativa” ad essere messa in forte dubbio: “Per poter operare – spiega Renzo Canavesi, sindacalista di Cub trasporti – le leggi impongono precise norme, che non sono rispettate. Non vengono fatte assemblee periodiche dei soci, non vengono redatti regolamenti e non esiste mutualità: La Corsica, infatti, si arroga il diritto di chiamare il lavoratore ‘a gettone’, avvertendolo all’ultimo momento. E al contrario, se lo vuole punire, non lo chiama facendogli perdere lo stipendio”.

Nonostante le indagini siano formalmente avviate e il presidente de La Corsica Cristofaro Palumbo abbia ricevuto formalmente la comunicazione di notizia di reato dalla Finanza, all’interno dell’aeroporto nulla si è mosso. Nessuna indagine interna, nessun provvedimento nei confronti della cooperativa che, anzi, ha ampliato il suo business dopo la revoca dell’appalto alla cooperativa Riz service, con la quale fino allo scorso anno condivideva l’appalto di Alha. Il capo di Riz Giovanni Caforio è passato alla “concorrenza”, portando con sé una parte dei lavoratori da una coop all’altra. E guadagnandosi una denuncia per caporalato alla procura di Busto Arsizio (il pm ha chiesto l’archiviazione, ora si aspetta la decisione del Gup).

Anche in Argol, l’altra società che gestisce le merci dello scalo, non mancano i problemi: a luglio i lavoratori della cooperativa Air service, dopo un cambio di appalto che ha comportato il taglio di una parte degli operai e il regime a orario ridotto per altri, hanno dovuto allestire un presidio e bloccare i camion in entrata nello scalo solo per riuscire a ottenere il trattamento di fine rapporto. E solo l’interessamento dei legali del sindacato di base ha permesso, dopo mesi di trattative, di ottenere la promessa di liquidazione.

Ora la battaglia solitaria dei lavoratori (in larga parte pakistani, senegalesi, marocchini) difesi solo dal Cub, ha trovato negli ultimi giorni anche l’appoggio della Filt Cgil di Milano, che in un comunicato durissimo denuncia l’assenza dell’Ente nazionale aviazione civile: “La decisione, prima tra tutti quella di Enac, dovrebbe essere quella di verificare la correttezza dell’intera filiera delle imprese coinvolte. L’intervento immediato è obbligatorio. Siamo in una catena di super-sfruttamento, senza che nessuno abbia la determinazione di capirne le origini. La pratica dell’appalto per l’abbattimento del costo avviene stravolgendo le regole”.

E se le autorità aeroportuali e i gestori continuano a tacere, ora sono i lavoratori ad alzare la voce: ieri pomeriggio si sono riuniti in assemblea e hanno dato l’ok alla cosiddetta “procedura di raffreddamento”, in pratica l’iter per ottenere la possibilità di scioperare con tutte le garanzie contrattuali richieste dal settore del trasporto aereo.

Fatto sta che il sistema di illegalità delle cooperative rischia di compromettere l’intera filiera delle imprese coinvolte nello scalo merci dell’aeroporto milanese. E’ per questo che la Filt Cgil si augura un’azione allargata che coinvolga ente gestore, forze dell’ordine e sindacati “così come è avvenuto in passato per il caso dell’Ortomercato di Milano”. Il paragone, non a caso, è con uno degli esempi di malaffare più clamorosi che avvenuti in città negli ultimi anni.

di Simone Ceriotti e Lorenzo Galeazzi

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