L’emergenza gerontocrazia in Italia è riemersa prorompente, ieri sera, nelle parole di Silvio Berlusconi. «Per amor di Patria non commento le dichiarazioni di alcuni ragazzotti industriali» ha detto il premier da Bruxelles, a margine delle dichiarazioni sull’esito di un incontro con il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Il capo dei ragazzotti, per la cronaca, è un imprenditore di 36 anni. Si chiama Jacopo Morelli e da qualche mese guida i Giovani Imprenditori, movimento interno a Confindustria che conta oggi oltre 12mila associati – tutti manager tra i 18 e i 40 anni – che hanno responsabilità di gestione in aziende iscritte alle associazioni territoriali aderenti a Confindustria.

I «ragazzotti» capitanati da Morelli non sono bolscevichi nè rivoluzionari, non fanno parte dell’esercito di precari, tradizionalmente anzi costituiscono l’elettorato di centrodestra. Ma non sono evidentemente contenti di come vanno le cose oggi in Italia, e infatti per il loro convegno di Capri in questi giorni hanno scelto un titolo che è un chiaro messaggio: «Alziamo il volume, diamo voce al futuro».

I «ragazzotti» vorrebbero essere guidati da un governo capace di prendere decisioni e di traghettare il Paese fuori dalla crisi, «perché una politica debole, incapace di fare le riforme si basa solo sul consenso immediato e non si impegna per costruirlo su temi cruciali», come ha detto Morelli: «la politica deve passare dal dire al fare, dagli annunci all’azione». Il presidente del Giovani Industriali non dà giudizi espliciti sul governo, ma ne sottolinea la mancanza di autorevolezza e l’incapacità di realizzare programmi: «Abbiamo bisogno di leader che sappiano spiegare, convincere, agire. L’unica prova concreta della capacità di leadership è la capacità di guidare».

L’attacco al premier, benché sottotraccia, è evidente: senza nominarlo mai, Morelli lascia intendere che Berlusconi non si stia dimostrando un vero leader perché non è in grado di agire e di realizzare quelle riforme che sono indispensabili per non restare il fanalino di coda d’Europa nella crescita, nell’occupazione e nella valorizzazione dei giovani.

Comprensibile che il Cavaliere non apprezzi: del resto si sa che non ama molto le critiche. Ma ci si potrebbe chiedere in quale altro Paese un primo ministro si permetterebbe di definire sprezzantemente «ragazzotto» un trentaseienne laureato con lode in Economia, amministratore delegato di una società che fa quattro milioni di euro di fatturato, impegnato da undici anni in un’associazione di categoria del quale è stato vicepresidente e ora presidente.

Una riflessione a latere si potrebbe anche dedicare al rapporto lievemente schizofrenico che il premier (che ha appena compiuto 75 anni – trent’anni secchi più del suo omologo inglese David Cameron, 25 più di Obama e Zapatero, una ventina più di Sarkozy e della Merkel…) ha verso la giovinezza.

In questo caso la disprezza, sottintendendo che i rappresentanti degli industriali under 40 non sono degni della sua considerazione e non meritano una risposta. Dall’altra però si circonda di giovani e giovanissime donne, impegnando con loro molto del suo tempo e posizionandole spesso e volentieri in ruoli politici di rilievo a livello locale, nazionale ed europeo.

Insomma, alle ragazzotte senza arte né parte tutta l’attenzione. Ai ragazzotti che fanno impresa, creano o difendono posti di lavoro, lanciano proposte per rimettere in sesto l’economia italiana e chiedono al governo di realizzare qualche riforma, una pernacchia.