“La vicenda paradossale che hanno vissuto i miei due assistiti è la stessa raccontata da Emanuele Crialese nel suo film Terraferma”. Con queste parole l’avvocato Leonardo Marino commenta soddisfatto la sentenza della Corte d’Appello di Palermo che ha finalmente dato ragione a due marinai tunisini arrestati l’8 agosto 2007 con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Reato che, durante il processo di primo grado, si è trasformato in “resistenza a pubblico ufficiale” e “violenza a nave da guerra”.

Così dopo quattro anni si conclude l’iter giudiziario di Abdelkarim Bayoudh e Ablelbasset Zenzri, comandanti dei pescherecci Morthada e Mohamed El Hedi, prima incarcerati con l’accusa di essere degli scafisti, poi condannati a due anni e mezzo di reclusione per aver sfidato (e vinto) il blocco navale della Capitaneria di Porto di Lampedusa.

Come i personaggi della pellicola di Crialese, i due marinai hanno violato la normativa italiana sull’immigrazione, salvando, nell’estate del 2007, 44 clandestini che stavano naufragando nel Canale di Sicilia. “Hanno seguito la legge del mare che impone il salvataggio della vita umana al di sopra di qualsiasi altro regolamento”, dice il legale dei due tunisini.

Come racconta l’avvocato, l’8 agosto i due natanti battenti bandiera tunisina (con a bordo sette membri dell’equipaggio) si imbattono in un gommone di migranti in avaria al largo delle coste italiane. Una volta soccorsi e imbarcati i passeggeri, avvertono le autorità italiane, maltesi e tunisine e decidono di fare rotta verso l’approdo più vicino: Lampedusa. A bordo hanno due donne in gravidanza e un bambino disabile che versano in gravissime condizioni: una delle donne sta per partorire mentre il minore è nel pieno di una crisi epilettica. E’ per quello che decidono di sfidare il blocco imposto dalla Guardia costiera ingaggiando una specie di battaglia navale con le motovedette per poi riuscire a raggiungere il porto dell’isola siciliana. Peccato che, una volta approdati, i due capitani e tutti i membri dell’equipaggio vengono subito arrestati con l’accusa di essere degli scafisti: 40 giorni di carcere e sequestro dei natanti.

A supporto dell’accusa ci sono due elementi importanti: il gommone sul quale viaggiano i clandestini non viene mai ritrovato e soprattutto sulle due imbarcazioni sequestrate non c’è traccia di pesce. “Non avevano niente a bordo – spiega Marino – perché la pesca al cianciolo prevede l’utilizzo di una nave grande e due piccole. Sui due navigli non c’era niente perché sia il pescato che le reti erano stati caricati sull’imbarcazione madre che stava già facendo rotta verso la Tunisia”.

Ci pensano le testimonianze degli immigrati soccorsi a scagionare i marinai dall’imputazione di favoreggiamento, ma nel novembre del 2009 il Tribunale di Agrigento condanna comunque i due comandanti per aver violato il blocco navale imposto dalle autorità italiane.

Ora che dopo quattro anni a Corte d’Appello di Palermo ha dato ragione alla difesa riconoscendo lo “stato di necessità” (motivato dalle gravi condizioni di salute dei profughi salvati) che ha spinto i marinai a non rispettare l’Alt della Capitaneria, tutti tirano un sospiro di sollievo.

Peccato però che il danno recato a Bayoudh e Zenzri rimanga. Le due imbarcazioni sequestrate dopo l’avventuroso approdo a Lampedusa sono ancora al “cimitero delle barche” dell’Isola e ormai, dopo tutti questi anni, sono ricoperte di ruggine e inutilizzabili.

La vicenda ha avuto eco internazionale, è stata oggetto di una sessione plenaria al Parlamento europeo e di un’interrogazione parlamentare. Nel frattempo i due capitani hanno però perso tutto perché con il sequestro dei pescherecci non hanno più potuto lavorare. “Come per la vicenda della Cap Anamur, questo caso fa passare un concetto pericoloso: quello che è meglio lasciar morire la gente in mare se non si vogliono passare guai, come carcere, sequestro dell’imbarcazione e conseguente rovina economica”, accusa l’avvocato dei marinai.

E’ quello che deve aver pensato Ruggero Marino, comandante del peschereccio Enza D, quando nel gennaio 2010 ometteva di prestare soccorso a un barcone in avaria con 60 clandestini ributtando in mare uno di loro (che era riuscito a salire sulla nave) e causandone la morte per annegamento. Lui è stato condannato a 12 anni grazie alle testimonianze dei profughi che sono sopravvissuti. Ma chissà quanti altri, quando vedono i barconi in avaria, fanno finta di niente e cambiano rotta. Per non passare i guai dei due coraggiosi marinai tunisini.