Se il sindaco di Varese Attilio Fontana ha dovuto accettare il diktat di Bossi, rinunciando in un colpo solo allo sciopero dei sindaci contro i tagli ai Comuni e alla presidenza di Anci Lombardia, tra i leghisti c’è chi ha scelto una strada diversa e ha deciso di sfidare i vertici incrociando le braccia contro una manovra che ritiene iniqua ed eccessivamente penalizzante per le amministrazioni locali. Lo ha fatto Sandy Cane, sindaco di Viggiù (Varese), già balzata agli onori delle cronache per essere la prima donna di colore (per di più leghista convinta) a guidare un Comune italiano.

È proprio lei, italo-afroamericana dal Dna leghista e maroniano, a incarnare la volontà e il pensiero della gran parte dei sindaci del Carroccio, trovando il coraggio, a differenza di tanti altri, di andare oltre le parole e passare ai fatti: “Chiudo il Comune perché si tratta di una protesta doverosa e sacrosanta. Lo devo ai miei cittadini che sono il mio unico datore di lavoro. Se il partito poi vorrà espellermi, me ne farò una ragione”. Sono le dichiarazioni che la stessa Sandy Cane ha rilasciato al quotidiano La Provincia di Varese, dicendosi poi pronta ad affrontare le conseguenze della sua scelta: “Probabilmente sarò espulsa dalla Lega, ma non posso tirarmi indietro. Io rispondo prima di tutto ai viggiutesi che mi hanno eletto e per i quali lavoro 24 ore al giorno. È per loro che oggi protesto”.

Così, la delibera emanata dal direttivo federale leghista a Viggiù è rimasta lettera morta, tanto che oggi le porte dell’anagrafe e dello stato civile sono rimaste chiuse. Una scelta che il sindaco Cane ha spiegato ai cittadini con una lettera, pubblicata anche sul sito del Comune: “Si tratta di una forma di protesta molto forte alla quale siamo arrivati perché non siamo riusciti a far cambiare una manovra economica necessaria, ma sbagliata nelle parti che riguardano le istituzioni territoriali – spiega -. Non vogliamo peggiorare la qualità della vostra vita ma cercare di migliorare i servizi e le prestazioni in tutti i settori e di difendere i vostri diritti. Oggi non è più possibile perché si preferisce togliere ai Comuni invece di andare a vedere dove le risorse si sprecano realmente. Ogni anno i Comuni hanno portato soldi alle casse dello Stato per un totale di oltre 3 miliardi di euro. Lo Stato continua a sprecare e noi siamo costretti ad aumentare le tasse o a chiudere i servizi. Ho deciso di scrivervi per far conoscere a che punto siamo arrivati e perché ognuno di voi possa rendersi conto che la protesta che i Comuni e l’Anci stanno facendo non è la protesta della ‘casta’, ma di chi lavora seriamente per rendere i nostri Comuni e il nostro Paese sempre più solidi, competitivi e vivibili”.

Una posizione inflessibile, che la prima cittadina leghista chiarisce con motivazioni culturali: “Sono di origine americana e i veti su di me non hanno mai avuto effetto – ha dichiarato -. Li ritengo intollerabili. Non siamo nella vecchia Unione Sovietica. Quanto poi alla protesta, ritengo sia doverosa perché non possiamo penalizzare ulteriormente i nostri cittadini. E lo dice una che non ha mai scioperato una volta in vita sua. Nemmeno a scuola. Questa sarà la prima volta”. Non vuole tirarsi indietro dunque, Sandy Cane, “nonostante l’ordine del partito. Che anzi mi ha ulteriormente delusa, amareggiata. Per non dire disgustata. Anche per il modo con cui ci è stato comunicato: lo abbiamo saputo prima dai giornali che dalla nostra segreteria”.

Intanto, nel giorno della mobilitazione, il diktat leghista ha scatenato i commenti e le reazioni degli amministratori di tutta Italia. Durante la trasmissione Omnibus di La7, il sindaco di Torino Piero Fassino (Pd) ha detto che: “Anche i sindaci leghisti hanno gli stessi problemi che abbiamo noi, i partiti sono una cosa, le istituzioni un’altra. La Lega è in grande imbarazzo perché ha fatto del federalismo la sua bandiera, ma le posizioni del governo sono le più centralistiche che potesse adottare”. Analoghe le posizioni del sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl), secondo cui l’atteggiamento della Lega “pone un sospetto sulla validità del loro federalismo”, che sembra “un centralismo che non guarda all’Italia ma guarda al nord”.