Daniele Gaglianone, il regista di Ruggine, primo dei tre film con cui quest’anno sono alla Mostra di Venezia, mi si avvicina nel mezzo del pranzo in suo onore e, riferendosi agli invitati, mi sussurra: “Questi qui non lo sanno di essere su una nave alla deriva”.

Io, da parte mia, mi trovo sempre a disagio in queste situazioni, anche perché ti mettono a sedere nei tavoli rotondi e per me che non sento dall’orecchio sinistro è una tortura, perché la mia apparente scontrosità aumenta non riuscendo a capire quello che viene detto dal lato sinistro del tavolo, non partecipando alla conversazione, talvolta non rispondendo alle domande. Sudo e mi annoio. Preferirei andare a vedere un film, ma sembra che se sei produttore di un film che si sta festeggiando, non si possa fare. Ci sono tantissime persone che vengono alla Mostra e non vedono neanche un film. Perché lavorano, si giustificano. Ma tutte le sere sono ad una festa. Come se per un cineasta partecipare a una festa fosse più importante di vedere un film. Che lo sia, in un cinema alla deriva?

Mi sale dentro la voglia di andarmene. Dal pranzo, dalla Mostra, da Venezia. Ma per ora non  posso. Al mio tavolo c’è una delle migliori giornaliste italiane di cinema. Mi piace molto, la trovo molto simpatica, forse anche perché da anni, quando ci si incontra, gioca sui miei silenzi, sulla mia passione per il calcio, sul mio rigore eccessivo nelle scelte dei film da produrre. Lei, domani, recensendo un film italiano in dieci righe, sullo stesso giornale che per stroncare il film di Madonna ha speso due pagine intere, scriverà : “ha tutti gli elementi per imporsi come la ‘rivelazione’ della Mostra, la commedia di cui il pubblico ha bisogno”. Perché in un cinema alla deriva deve essere chiaro a tutti che il pubblico ha bisogno di commedia e basta. O magari di una Madonna, anche se il film è brutto.

C’è il mio amico Domenico Procacci, con cui ho prodotto questo film di Gaglianone, ma soprattutto ho diviso anni belli ormai andati, anni in cui i film da fare si sceglievano leggendo le sceneggiature e a volte si diceva no a combinazioni produttive perfette solo perché non si era convinti dei “contenuti”.

C’è Daniele Gaglianone, che ogni tanto mi guarda con la complicità figlia di tanti anni di progetti condivisi. L’ultimo, appunto Ruggine, per la prima volta è un film di Sistema: Ministero, Raicinema, Fandango, buona distribuzione da cinquantuno copie all’uscita, ottimo cast. Il tutto senza un solo compromesso e con il solito rigore forse addirittura estremo. Ma perché PietroI nostri anni a me sembrano più forti?

E poi altre persone che non conosco e che continuerò a non conoscere anche a serata conclusa.

Al tavolo affianco ci sono gli attori. Uno gioca, l’altro sorride e fa il papà anche se la sera prima ha fatto i capricci, l’altra riesce con abilità a rendere inavvicinabile la sua splendida bellezza riuscendo a non guardare nessuno. Dopo ventisette anni di questo lavoro, ancora penso che il modo migliore di avere a che fare con gli attori è guardarli sullo schermo. E questi in questo film sono veramente bravi. Soprattutto lei.

A un altro tavolo ancora c’è la madre dei miei figli. Sempre bella. Lei, che è qui perché ha lavorato nel film, a differenza mia ci si trova bene in questa serata da orchestra che continua a suonare mentre la nave piano piano affonda.

E’ notte quando mi avvio, da solo, verso l’albergo. Fa caldo. Incontro i compagni del Valle occupato appena arrivati. Li abbraccio e li bacio con piacere. Loro sono un’altra storia, bella, che racconterò nei prossimi giorni.

Quasi quasi mi bevo una coca cola. E’ mentre sorseggio la bevanda che prediligo che decido che fino alla proiezione del mio prossimo film, che sarà Cavalli, qui non ci resto. Sì, torno a casa, anche solo per due giorni.

Torno a giocare a pallone con i miei figli. E’ meglio.