Il presidente serbo Tadic insieme al Cancelliere tedesco Angela Merkel

La Serbia scelga o l’Unione europea o il Kosovo. Le parole di Angela Merkel rivolte al governo di Belgrado nella sua prima visita ufficiale nel Paese non lasciano dubbi: se la Serbia intende veramente entrare nell’Ue un giorno, deve rinunciare per sempre alle sue mire sul nord del Kosovo e riconoscerne l’autonomia. L’annessione della Serbia all’Ue, ancora soltanto sulla carta, sembra quindi passare per forza da Pristina, ma la strada è tutta in salita.

Le mire di Belgrado sulla parte nord del piccolo Kosovo, con una popolazione a maggioranza serba, non sono d’altronde un segreto. La Serbia, fin dal 2008 quando Pristina ha dichiarato la sua indipendenza, non ha mai riconosciuto lo stato kosovaro, imponendogli un pesante embargo commerciale e rifiutando persino di accettare i francobolli con scritto “Repubblica del Kosovo”. Nel frattempo Pristina è stata riconosciuta da 81 (su 193) Paesi dell’Onu (senza Cina e Russia), 22 dei quali membri dell’Ue. Fanno eccezione Spagna, Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania che comunque intrattengono con il Kosovo dei rapporti commerciali.

Sin dall’anno dell’indipendenza kosovara, l’Ue e la Nato, con le rispettive polizie Eulex e Kfor, hanno cercato di garantire la pace e di spingere al dialogo i due Paesi. Ma la situazione è andata rapidamente deteriorandosi a fine luglio quando Pristina ha inviato delle forze speciali sul confine nord con la Serbia. La tensione è aumentata rapidamente ed è sfociata in scontri aperti e sparatorie. Un poliziotto kosovaro di etnia albanese è rimasto ucciso mentre la minoranza serba del Kosovo erigeva barricate contro la polizia mandata da Pristina. Le sparatorie hanno coinvolto anche le forze Ue e Nato, presenti sul territori con circa 6000 uomini.

“I teppisti responsabili delle violenze non stanno aiutando né lo Stato serbo né il suo popolo”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il Presidente pro Ue della Serbia Boris Tadić. Un tentato occhiolino a Bruxelles vanificato dalle dure parole del Primo ministro Mirko Cvetkovic, che ha accusato l’Ue e la Nato di “essere dalla parte di Pristina”. “I rappresentanti delle istituzioni internazionali dovrebbero rimanere neutrali invece di schierarsi e di partecipare a blocchi commerciali che potrebbero causare crisi umanitarie”.

Fino a oggi Bruxelles non ha posto nessun aut aut a Belgrado, nonostante il continuo caldeggiamento della ripresa dei negoziati con Pristina. Ma le parole di Angela Merkel non lasciano più spazio a dubbi: “Se la Serbia vuole diventare un Paese candidato ad entrare nell’Unione, deve immediatamente riprendere il dialogo con il Kosovo, permettere ad Eulex di operare liberamente e smettere di creare strutture amministrative parallele a quelle esistenti”. Parole inequivocabili che hanno irritato anche il morigerato presidente Tadić: “Per noi è inaccettabile riconoscere il Kosovo sulla base di azioni unilaterali”. “Le tensioni etniche nella regione sono oggi molto alte e potrebbero portare ad un nuovo conflitto in Europa”. “Gradiremmo che il Cancelliere tedesco in futuro tenga maggiormente in considerazione la complessità della situazione nella regione balcanica”.

Più forte ancora la reazione di Ivo Visković , ambasciatore serbo a Berlino: “La Serbia non permetterà che il riconoscimento del Kosovo diventi una condizione per entrare a far parte dell’Ue. Inoltre crediamo che le autorità di Pristina stiano agendo in modo unilaterale e insieme agli Stati Uniti”. Scontata la smentita di Bruxelles, che attraverso le parole del portavoce  Affari esteri Michael Mann ha fatto sapere: “Non siamo dalla parte di nessuno. Non abbiamo alcun tipo di preferenza. Per noi è solo importante che si riprenda il dialogo e che la situazione venga risolta in modo pragmatico”.

La sensazione è che Belgrado pensi di aver già fatto abbastanza passi verso l’Ue con l’estradizione a fine luglio di Goran Hadzic, l’ultimo alto ufficiale ricercato per crimini di guerra dalla Corte internazionale de L’Aia, un mese dopo la consegna del generale Ratko Mladic. Ma questo, vista la difficile situazione nei Balcani, difficilmente basterà a Bruxelles per mandare avanti il fascicolo annessione della Serbia.