“Il Pd ci lasci gli spazi per raccogliere le firme alle Feste de l’Unità”. A parlare è Arturo Parisi, che a nome della associazione di ispirazione prodiana dei Democratici (ricordate il partito dell’asinello a fine anni novanta?), ha presentato anche a Bologna la campagna di raccolta di firme per il referendum elettorale che, abolendo l’attuale legge porcellum, riporti indietro le lancette al 2005 ristabilendo in toto il vecchio sistema elettorale del mattarellum. Il referendum non ha però l’appoggio del Partito democratico, nonostante l’appoggio di molti iscritti ed esponenti di spicco.

Parisi, affiancato dal docente bolognese di diritto, Andrea Morrone, che materialmente ha preparato i due quesiti depositati in Corte di Cassazione, ha lanciato un messaggio al Pd, che nelle scorse settimane aveva scaricato l’idea di un referendum per cambiare la legge, preferendo la via parlamentare: “Dateci almeno degli spazi alle Feste de l’Unità”. Obiettivo del comitato referendario, che va dall’Italia dei Valori a Mario Segni, dal redivivo Partito liberale ai Democratici, è raggiungere entro il 30 settembre le 500 mila firme necessarie. E intanto, almeno dal Pd bolognese, che ufficialmente segue la linea del partito nazionale, arriva l’ok: “Porte aperte per un loro banchetto, concorderemo coi referendari spazi e tempi”, ha spiegato Raffaele Donini, il segretario provinciale che oggi inaugurerà una festa che ogni anno fa 800 mila visitatori in 25 giorni.

Ma la questione più delicata è quella nazionale. Ancora non è chiaro se, per esempio, alla festa nazionale del Pd a Pesaro lo spazio per la raccolta firme verrà concesso. Visti i tempi strettissimi per i referendari, la vetrina delle feste de l’Unità potrebbe essere decisiva per raggiungere tutte le sottoscrizioni necessarie. Gli stessi referendari ammettono: sono in tremendo ritardo.

I motivi di questo ritardo nella mobilitazione sono tanti. Innanzitutto il deposito in Cassazione avvenuto solo l’11 luglio: “La spinta è arrivata dalla vittoria dei referendum di giugno – spiega Andrea Morrone – abbiamo ripreso a crederci”. Poi l’attesa per capire quale sarebbe stata la linea ufficiale del Pd, che però già a fine luglio non lasciava speranza ai referendari: il partito di Pierluigi Bersani ha infatti scelto la via del maggioritario a doppio turno con una quota proporzionale, da approvare per via parlamentare. Infine ci si è messo agosto, che in qualche modo rallenta tutto.

Ancora non è chiara la posizione di Romano Prodi sul tema, ma alla presentazione bolognese c’erano i parlamentari del Pd Antonio La Forgia e Sandra Zampa, prodiani di ferro. “Il professore farà presto sapere la sua idea”, ha detto proprio Zampa a chi le chiedeva della posizione dell’ex premier. A portare il gonfalone della famiglia Prodi c’era tuttavia la sorella di Romano, Fosca, seduta in prima fila.

Arturo Parisi non ha dubbi sulla difficoltà di raggiungere quelle 500 mila firme e i suoi toni sono apocalittici: “Quella del referendum elettorale è l’ultima via per salvare la democrazia in Italia”. Lo stesso esponente dei Democratici non nega la speranza che il Pd alla fine appoggi il referendum. Del resto alcuni giorni fa un nome grosso del partito, il vice presidente del Senato, Vannino Chiti, aveva dichiarato che avrebbe firmato: “A mio avviso il ritorno alla legge mattarellum sarebbe già un grande passo avanti, ma, ovviamente, dopo il referendum toccherà al Parlamento formulare una nuova legge elettorale”. Quasi uno slogan è invece il concetto di Sandra Zampa: “Il porcellum, senza preferenze e senza la possibilità di scegliere la persona che si manda in parlamento, ha portato alla casta”.

Se il referendum andasse in porto e gli italiani lo votassero si tornerebbe al vecchio sistema: maggioritario a turno unico con collegi uninominali per scegliere il 75 % dei parlamentari e proporzionale per scegliere il restante 25 %. Non il sistema migliore, ma il migliore possibile e il più facilmente raggiungibile, secondo i referendari. Pd e Feste de l’Unità permettendo.