Il linguaggio comune, è cosa nota, è uno dei più affidabili indizi del modo di sentire, e pensare di un popolo. Se applichiamo questo criterio al popolo italiano, dobbiamo concludere che negli ultimi quindici anni, anno più anno meno, deve essere accaduto qualcosa di veramente sconvolgente nel nostro costume. In alcuni casi si tratta dell’esacerbarsi di vizi antichi, come quello di non saper tenere una civile conversazione. Lo aveva già notato Leopardi, ma se ai suoi tempi la conversazione era in cattiva salute oggi pare proprio moribonda. Basta osservare un tavolo di commensali al ristorante. Se sono, poniamo, in otto, e sono maschi e femmine, dopo pochi minuti la conversazione si frammenta in due gruppi di quattro persone, spesso da una parte i maschi, dall’altra le femmine, e subito dopo in quattro gruppi di due persone. A tavola: il trionfo del cellulare. Passa qualche minuto e ognuno telefona con il cellulare o è chino su se stesso o se stessa a controllare messaggi o posta.

Se sono presenti bambini non c’è scampo: o sono al centro dell’attenzione come piccoli tiranni (che cresceranno!) oppure arrivano muniti di diabolici strumenti elettronici dai quali non staccano mai gli occhi e le dita se non per mangiare qualche patatina fritta con maionese e ketchup o una pizza stracolma dei più improbabili ingredienti e per bere coca-cola. Del resto sono gli unici gusti ai quali sono stati abituati. Diverso è ovviamente il caso in cui sia presente qualche signore o signora molto più importante degli altri perché allora eccoli tutti a pendere dalle sue labbra, protendersi e annuire.

A compensare il declino della civile conversazione, c’è però il trionfo dell’organo sessuale maschile nella sua accezione più volgare, e dei suoi annessi naturali. Non è necessario citare le infinite espressioni nelle quali compare l’icona della mascolinità (cretina). Molte sono in voga, per lo meno, da decenni. Il trionfo sta nel fatto che ora anche le donne usano abbondantemente il linguaggio del c…. Non c’è quasi più giovinetta o signora anche matura che non senta il dovere di fare sfoggio della sua padronanza del linguaggio in questione. Da questo punto di vista l’uguaglianza fra uomini e donne ha davvero realizzato nel nostroPaese passi da gigante.

Non meno palpabile è la nuova dignità assunta dagli aspetti più banali della vita quotidiana. Le persone intrattengono lunghissime conversazioni al cellulare per raccontare cos’hanno mangiato, com’è la temperatura, come sono vestite e per dare e chiedere notizie della medesima gravità su figli e congiunti. Come facevano, viene da chiedersi, a tenersi dentro, prima dell’avvento del telefono cellulare,tante fondamentali e urgenti domande e osservazioni sulla vita?

E va ancora bene se la conversazione consta di parole, per quanto di poco conto. Spesso la persona che ascolta risponde soltanto per mezzo di mugugni e suoni non meglio definibili. Il nuovo imperativo morale ed estetico pare essere diventato “bando alle astruserie del linguaggio: parliamo con semplicità”, come se la semplicità fosse data da un numero sempre più esiguo di vocaboli, dall’impoverimento della grammatica o, addirittura, dall’emissione   di suoni gutturali quasi animaleschi che sostituiscono le parole. Pasolini denunciò questa deriva già negli anni ‘70 ma, a paragone di quelli di oggi, gli italiani dei suoi tempi parlavano come Accademici della Crusca. Fra le vittime innocenti del nuovo corso c’è, è noto, il congiuntivo.    Non esiste più il “lei”. La dittatura del “tu”.

Oggi le splendide parole della canzone Bufalo Bill di Francesco De Gregori – “se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America” – sarebbero probabilmente intese come un riferimento a Messi o a Messa (siamo pur sempre cattolici). Altra vittima della semplificazione è il graduale abbandono   del “lei”. Il fascismo aveva tentato di abolirlo, perché di origine spagnola e di sapore borghese, per sostituirlo con il “voi”. Non credo che abbia ottenuto grandi successi. Noi, senza bisogno di alcun decreto governativo, abbiamo ormai spodestato il lei e messo al suo posto un democratico ed egualitario “tu”. Nessuna distinzione di età o di status o cultura o altezza morale conta più. Tutti meritevoli del “tu”, anche il presidente del Consiglio. Tutta la nostra solidarietà a Sandro Bondi che ha giustamente espresso il suo disagio nel vedere persone che lo conoscono appena rivolgersi a Silvio con il “tu” mentre lui usa rigorosamente il “lei”.

Scrivevano i filosofi della politica che caratteristica propria dell’essere umano, e segnatamente del cittadino, è la capacità di esprimere attraverso il linguaggio non soltanto le sensazioni di dolore o di piacere, ma anche ragionamenti morali, politici, estetici, filosofici. Un popolo rozzo può essere dominato. Partecipare alle deliberazioni pubbliche è un’attività che esige la capacità di intendere il significato di concetti complessi e di cogliere bene le distinzioni, per esempio fra libertà e servitù, fra democrazia e populismo, fra governo della legge e dominio degli uomini, e così via. Ma guai a chiedersi come possano assolvere i loro doveri di cittadini degli individui che hanno impoverito il proprio linguaggio, perso la capacità e il gusto di indicare cose diverse con nomi diversi, e non sanno riconoscere e rispettare   le diseguaglianze che meritano di essere riconosciute e rispettate.

Parla bene chi pensa bene, e pensa bene chi sente bene, vale a dire ha retti sentimenti. Ma è vero anche che parla male chi pensa male, o non pensa affatto, e sente peggio. Guai però a sollevare il problema di educare le persone a sentire, pensare, e parlare bene. Scatta subito l’accusa infamante: “moralisti, elitisti!”. Tanta premura a proteggere il popolo dalla fatica di capire e parlare è davvero commovente. Peccato che nasca dalla consapevolezza che un popolo con un linguaggio povero, rozzo e volgare può essere facilmente ingannato e dominato da qualsiasi demagogo, anche uno di mezza tacca e con i tacchi.

Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2011