È l’ultima occasione per dimostrare di essere parte della soluzione e non la prima causa del problema. E forse per evitare che si inneschi una valanga che rischia di travolgere prima l’Italia e poi l’Europa. Silvio Berlusconi sceglie la strada più rischiosa per dimostrare che è sbagliato il messaggio che tutti, ma proprio tutti, hanno colto in questi giorni dai crolli di Borsa: che il governo se ne deve andare. Il premier presenterà la sua “informativa” alla Camera dei deputati alle 17.30 (poi al Senato alle 19.30).
Deputati e senatori sono molto inquieti, tanto che in serata si sparge la voce (subito smentita) che un pezzo della Lega, quella che fa capo al ministro dell’Interno Roberto Maroni, è pronta a disertare l’aula, quasi a prendere le distanze dal momento che potrebbe segnare l’esplosione del disastro, forse addirittura la fine del governo.
Sui contenuti dell’“informativa” ci sono pochi indizi: Berlusconi avrebbe concordato l’iniziativa con il neo-segretario del Pdl Angelino Alfano (un perfetto sconosciuto per i mercati) e i pochi punti certi del discorso sono i 7 miliardi appena approvati dal Cipe (il Comitato interministeriale per le infrastrutture) e l’annuncio di una legge costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari. L’unica cosa concreta che potrebbe fare, ed è quello che auspicano la Confindustria e i sindacati alla vigilia dell’incontro con il governo di domani, è l’annuncio di una revisione dei tempi della manovra: il grosso della correzione dei conti potrebbe essere anticipato al 2011. Ma è difficile immaginarsi Berlusconi annunciare un aumento immediato delle tasse (con il taglio delle agevolazioni) per oltre 20 miliardi di euro.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo aver ottenuto la rapida approvazione della manovra nelle scorse settimane, ieri è intervenuto per indicare a Berlusconi cosa dovrebbe dire nel suo intervento: “La parola è alle forze politiche, di governo e di opposizione, chiamate a confrontarsi con le parti sociali sulle scelte da compiere per stimolare decisamente l’indispensabile crescita dell’economia e dell’occupazione, a integrazione delle decisioni sui conti pubblici volte a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014”, dice una nota del Quirinale.
E Giulio Tremonti? Il ministro dell’Economia, azzoppato dall’inchiesta sul suo braccio destro Marco Milanese, sfiduciato ieri dal Financial Times (secondo cui né lui né Berlusconi sono indispensabili), ieri si è fatto notare per un attivismo che non è motivato solo dalla necessità politica di dimostrare di contare ancora qualcosa. Tremonti ha convocato il Comitato di stabilità finanziaria, un coordinamento tra Tesoro, Banca d’Italia, Consob e Isvap che dopo due ore ha proclamato: “Le analisi confermano che il sistema bancario e finanziario italiano è solido, grazie anche all’azione tempestiva di rafforzamento delle condizioni patrimoniali e di liquidità delle banche”. La Consob del tremontiano Giuseppe Vegas ha anche richiamato Deutsche Bank, al centro di polemiche per aver venduto nei giorni scorsi ben 7 miliardi di titoli di Stato italiani. Ma la partita vera si sta giocando in Europa, infatti Tremonti ha passato la giornata a prendere contatti con il commissario Olli Rehn e con il presidente dell’Eurogruppo (il coordinamento dei ministri economici dell’euro) Jean-Claude Juncker. Poi, ieri sera, ha visto Berlusconi, Maroni e Calderoli in un vertice a palazzo Grazioli. La posta in gioco dei negoziati di queste ore è altissima: la sopravvivenza dell’euro, della Grecia e, in ultima analisi, della stessa Italia.
Tutto dipende dallo spread del debito pubblico italiano, cioè da quanto costoso diventa per l’Italia trovare finanziamenti. Semplificando un po’, le cose stanno così: le regole dell’Efsf, il fondo europeo salva-Stati che per ora tiene in piedi la Grecia e il Portogallo, prevedono che un Paese possa partecipare al salvataggio soltanto se non è a sua volta decotto. Se la sua capacità di raccogliere finanziamenti, cioè, è molto migliore di quella del Paese da salvare. Ecco, l’Italia in questi giorni è “pericolosamente vicina al limite”, spiega una fonte del Tesoro. Al ministero di Tremonti stanno cercando di calcolare con precisione la soglia critica dello spread e quindi del costo del debito che impedirà all’Italia di partecipare ai prestiti dell’Efsf. I calcoli sono molto complessi. E senza l’Italia, che è il terzo contributore, il meccanismo salva-Stati semplicemente non esiste. Dire addio all’Efsf significa dire addio alla Grecia, poi all’euro e sicuramente anche all’Italia, che sarebbe il detonatore di questi cataclismi. C’è questo terribile scenario dietro alle voci di questi giorni, per ora smentite dalla Commissione, di un esonero per Italia e Spagna dal pagamento della quinta tranche del prestito da 110 miliardi alla Grecia. Basta una parola sbagliata di Berlusconi alla Camera, oggi, e la valanga dello spread può iniziare a travolgere tutto.
da Il Fatto Quotidiano del 2 agosto 2011














