Venti, trenta milioni di lire al mese versate a Filippo Penati per coprire le spese locali del partito. E’ quel che Piero Di Caterina, l’imprenditore di Sesto San Giovanni, titolare della Caronte, impresa operativa nel trasporto pubblico ha messo a verbale un anno fa, definendosi “concusso” e raccontando le “condizioni” che sarebbe stato costretto ad accettare per lavorare.

C’è anche questo particolare nell’inchiesta sul giro di presunte tangenti per favorire interventi edilizi nelle aree ex Falck e Marelli, coordinata dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, e nata dalle dichiarazioni rese alla magistratura milanese da Di Caterina e dal costruttore Giuseppe Pasini. Penati, ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, fino a qualche giorno fa vice presidente del Consiglio Regionale e in passato Presidente della Provincia di Milano e sindaco di Sesto San Giovanni, è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. E assieme a lui sono inquisiti a vario titolo, oltre 15 persone, tra cui l’ex capo di Gabinetto a Palazzo Isimbardi Giordano Vimercati, l’assessore sestese Pasqualino Di Leva, i due stessi imprenditori che hanno denunciato, per dirla con le parole di Di Caterina, “un ambiente paludoso”, due architetti legati alle coop, ed anche Bruno Binasco, amministratore del gruppo Gavio (fu arrestato nel ’93, in piena Mani Pulite, per aver finanziato il Pci grazie a Primo Greganti), l’immobiliarista Luigi Zunino e il ‘re delle bonifichè Giuseppe Grossi.

Gli accertamenti della Procura monzese, oltre alla vicenda legata ai “favorì per ottenere i permessi edilizi e quant’altro relativi alle due aree industriali, riguardano anche la gestione del Servizio Integrato Trasporti Alto Milanese, e presunti finanziamenti, come è stato denunciato, finiti nelle casse locali del partito di Penati. Finanziamenti che Di Caterina avrebbe elargito a partire dal ’94 fino al 2003 – si sospetta che la cifra versata sia maggiore di quella denunciata -, e che poi, questa la ricostruzione, visti i continui ostacoli burocratici a cui è andato incontro (ha anche un contenzioso con l’Atm e a suo carico un procedimento per diffamazione), ha chiesto indietro.

La restituzione, in base a quanto ipotizzato nell’indagine, sarebbe avvenuta in due periodi e in due modi diversi: nel 2001, attraverso la riscossione da parte di Di Caterina di una tranche da 2 miliardi e mezzo di lire circa – pervenuti all’imprenditore in contanti da una banca lussemburghese – dei circa 5 miliardi e settecento milioni complessivi in tangenti che sarebbero stati pagati a Penati dal costruttore Giuseppe Pasini per l’area ex Falck; poi, tra il 2008 e il 2010, tramite Binasco, definito una sorta di Cavaliere bianco che avrebbe versato a Di Caterina, per l’accusa su indicazioni sempre di Penati, altri due miliardi come caparra per l’acquisto, mai avvenuto, di un immobile dell’imprenditore sestese valutato a un prezzo molto alto. Sull’episodio, agli atti, esiste una lettera sequestrata nel 2009 al titolare della Caronte.